Intervista al Trio Bobo

Valentina: era il 7 febbraio quando ho visto il post di Alessio: ve lo ricordate?

Faso: c’è n’è stato uno del 7 febbraio 2013 che è stato fondamentale, che ha segnato un po’ una svolta, però tu ti stai riferendo al 7 febbraio 2018, ah, sì, allora è un po’ meno importante.

Alessio: ah, sì, ho messo il resoconto di quella serata/convention andata male

Valentina: questo post mi aveva molto colpito perché di solito capita alle band piccole e sconosciute di non venir trattate con il giusto riguardo. Vedere che il Trio Bobo è stato trattato in quel modo suscita stupore e la tua reazione è stata assolutamente in linea con quanto successo. Quindi cosa significa per voi fare musica, portare la vostra arte al pubblico?

Faso: significa almeno essere ascoltati. Nel caso specifico il dolore non arriva dal fatto che tu stai suonando e la tua musica non venga apprezzata, può essere benissimo. Ma quando tu assoldi una band e la vuoi utilizzare come sottofondo per un matrimonio, una convention, una cena o un funerale, ecco, non sono situazioni ideali per ascoltare la musica, quindi tu suoni, ma sei trasparente, allora è veramente meglio il dj set o meglio ancora l’I Pod con una playlist che non si offende se nessuno l’ascolta. Essere ascoltati è una buona soddisfazione perché ti mette in rapporto con il pubblico e ti viene voglia di conquistarlo.

Christian: noi in quell’occasione abbiamo vissuto l’indifferenza del pubblico, mischiata all’oggetto smartphone che cattura l’attenzione delle persone singole che durante il concerto chattano e esplorano il mondo attraverso il loro telefonino senza curarsi della performance artistica, è questo che fa dolore. Quella sera soprattutto il mondo femminile era attaccato al telefonino, c’erano Facebook e Istagram da aggiornare e quindi siamo rimasti così un po’ scioccati.

Alessio: quel post era una riflessione filosofica e sociologica sugli ambienti cosiddetti IN che dovrebbero risultare più colti e più educati e invece a volte non sono proprio così, non ti aspetti un comportamento del genere.

Faso: comunque fare musica per Alessio significa fare zin zin zin, per Christian fare statu statu trapu trapu e per me bum bum bum. Messi insieme fanno una roba.

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Faso

Alessio: è una domanda difficile, è una cosa così naturale per noi, poi in senso pratico posso dirti che è divertimento, è una via di mezzo tra un gioco, una passione e lavoro, ogni giorno è cercare di riscoprirsi, un nuovo accordo, un nuovo suono, cerchi di rubarlo, immagazzinarlo, ogni giorno cerchi di sviluppare qualcosa di nuovo, di migliorarti e rinnovarti.

Christian: comunicazione, piacere e divertimento. E’ la nostra passione da quando siamo ragazzi.

Faso: anche se bisogna dire che tutti hanno iniziato a suonare per cuccare, è inutile che ci raccontiamo le palle.

Christian: all’inizio no, la batteria non cucca in spiaggia, è un problema portarla e montarla sulla sabbia.

Faso: gli accordi jazz in spiaggia non vanno, è molto meglio sapere quelli basici.

Alessio: quando andavo in Sardegna da ragazzino tutti suonavano i pezzi di Vasco Rossi, io già suonavo blues, Led Zeppelin e non sapevo niente di queste cose qua, questi con Vasco Rossi o Baglioni limonavano tutti e io niente. L’anno dopo ho imparato anche io apposta tutti i pezzi, però continuavo a non cuccare lo stesso, forse il problema non era la musica.

 

Valentina: jazz e improvvisazione: leggenda narra che i jazzisti facciano solo improvvisazione e che non facciano alcuna prova. Voi avete detto di avere studiato, arrangiato, ascoltato e riarrangiato i pezzi di Pepper Games forse per arrivare in modo più diretto anche a chi non ascolta il jazz.

Christian: in generale io penso che chi fa jazz in una certa maniera, con la volontà di comunicare un progetto, ha dei brani strutturati, fa prove e si prepara tanto. Poi se il jazz viene preso un po’ sottogamba e lo si immagina come una grande jam session, sale sul palco e suona un po’ così, seguendo gli accordi e improvvisando per un’ora e mezza penso che quello non sia il jazz. Il jazz alla fine è una musica popolare, che deve piacere, che deve far sorridere le persone, deve essere rispettata, ci vogliono le composizioni adeguate, studiate, preparate, ci vuole anche l’improvvisazione, il momento di assolo di basso, chitarra e batteria ben venga, però non deve essere quello la base, l’80% della situazione è preparazione, di ordine mentale e composizione, per noi lo è.

Faso: io lo estendo indipendentemente dal genere che fai, devi salire sul palco preparato, devi conoscere i pezzi, più sei preparato e più li conosci bene e più ti puoi permettere di improvvisare intorno a quello che è scritto, puoi fare un assolo bellissimo, ma se esponi male il tema è triste, se sei preparato fai scintille. Io impazzisco quando vedo i cantanti con il testo: ma scusa, non lo potevi imparare? Visto che la devi cantare, al posto di leggerla al momento la impari e comunichi in maniera diversa.

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Alessio

Alessio: a volte c’è un po’ di confusione, il jazz gira intorno all’improvvisazione, agli assoli, mentre la musica pop gira più intorno al tema, improvvisazione non vuol dire che sia tutto casuale, abbiamo una struttura e dentro a quella struttura suoni determinati accordi e improvvisi. I nostri brani sono curati e arrangiati, poi abbiamo alcuni punti in cui si fa improvvisazione libera e ci dedica alla composizione istantanea. Ad esempio c’è un Mi minore, io penso un Fa, Faso sente il Fa e suona il Fa, Christian fa una figura ritmica diversa ed ecco che succede qualcosa di diverso, sono improvvisazioni che hanno a che fare con le idee che lancia una persona e gli altri seguono. E’ questo che facciamo noi sul palco. Improvvisazione non è salire sul palco senza sapere niente e suoni da zero, si parte da un tema e sulla stesura del tema si fanno degli assoli che possono essere nuove melodie che sostituiscono l’assolo, ma anche gli altri musicisti interagiscono. Vale per tutto, nel jazz questa forma è molto più enfatizzata che in altri stili. Anche i Deep Purple improvvisavano molto dal vivo e ogni volta si creava qualcosa di diverso.

Faso: non è il nostro caso perché noi suoniamo in playback, quindi tutte le serate sono identiche

 

Valentina: cos’è il jazz oggi? Tutti amano il jazz, ma disertano i concerti, sembra quasi che ascoltare jazz faccia figo e che il momento di dimostrarlo sia solo il Jazz Mi o qualche rassegna ad hoc: le persone amano veramente il jazz o è una moda?

Faso: è una musica molto amata e di grande successo e infatti nelle radio dalla mattina alla sera senti jazz, che domande ci fai? Chiaramente è la musica del momento. Come tutti i generi musicali di nicchia, strumentali, attira meno persone. Attirava poche persone anche tanti anni fa, non ci sono mai stati stadi pieni, può capitare, rari casi, però in generale la musica “complicata” seduce meno il mondo dei semplici che è più numeroso del mondo delle persone che vogliono ascoltare le cose complicate. Ognuno deve ascoltare la musica che gli piace, quando vai ad ascoltare una serata di musica jazz o strumentale o classica è perché hai proprio voglia di ascoltare e stare attento, magari altri vogliono andare a fare una serata in cui si riesce a fare anche due chiacchiere e sorseggiare lo spritz in allegria senza stare troppo concentrato. Sono mondi che attirano un pubblico più limitato e più attento, ma del resto come “Vacanze di Natale” al cinema sbiglietta molto di più di un film di alta qualità, è la storia dell’arte. Visto che ho citato il cinema ne approfitto per dire a tutti gli amici che vanno al cinema che al cinema si sta zitti e non si accende lo smartphone, sono stufo di litigare con quello dietro che commenta con la fidanzata e gli amici. Questo mandalo ovunque, lo difendo! Al cinema, signori, come a teatro, si sta zitti. Sì, perché non ne posso più, ma non sei mica sul divano di casa tua, ma porca mxxxa! E si offendono anche, ragazzi, è pazzesco, oppure aggiornano lo status e tu hai la luce di fianco, porca pxxxxxa!

 

Valentina: nel vostro spettacolo quanto peso ha la preparazione e quanto spazio date all’improvvisazione? Vedremo solo gag preparate o capita che uno di voi si imbizzarrisca e metta in difficoltà gli altri?

Faso: Christian Meyer fa cose a caso.

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Christian

Christian: io suono un po’ a caso perché non riesco a dominare me stesso e quindi ogni tanto esco dal mio corpo, in fibrillazione con i miei muscoli creo delle cose che magari vanno contro tendenza, ritmicamente in contro tendenza rispetto a quello che stiamo suonando in quel momento. Vengo assecondato grazie alla maestria dei miei due compagni e proprio grazie a quello si creano cose diverse, dei momenti diversi. Il Trio Bobo è 60% organizzazione e un 40% di libertà, perché l’interplay comunque esiste nel Trio Bobo, è un momento che si vive all’interno del gruppo. L’interplay, per chi non lo sapesse, è il modo di ascoltarsi quando uno esegue una variazione e l’altro risponde. E’ come una chiacchierata che gira in trio, una palla che gira, che ci passiamo e che ci può portare in molte direzioni. Esiste quel momento, dopo si torna nei ranghi e si esegue il tema finale, è un unisono, tutti insieme.

 

Valentina: la gestione dell’errore: so che suonate in playback, ma vi capita di sbagliare? Come recuperate?

Faso: quelli che vedi sono stati messi apposta per non far vedere che siamo in playback. Ci sono diverse tecniche: lo studio del grande re del camuffo, cioè quello che suona una nota sbagliata o un accordo sbagliato, ma fa una faccia agli altri super convincente, come a dire “Voi credete di aver sentito un errore, ma in realtà ho introdotto una variante che è talmente figa che non la capite, la capirete più avanti”. Se fai la faccia convinta gli altri accettano.

Alessio: ci sono tanti modi, uno è quello detto da Faso, un altro modo è ripeterlo perché se tu lo ripeti, qualsiasi nota la puoi far diventare una dissonanza, la ripeti e ci fai anche l’accordo sopra. Se l’errore è proprio plateale ti scusi, scatta una risata e finisce lì la cosa.

Christian: io che sbaglio tanto vivo questo momento con gioia, sempre, ma nello stesso tempo quando torno a caso rivedo le mie posizioni e magari cerco di ripassare i brani. Esiste anche il momento della serietà, rientri nei ranghi, ti chiudi nella tua cameretta e studi, rimetti a posto i tuoi errori.

 

Valentina: com’è il vostro rapporto con la stampa e con le interviste? Atto dovuto o possibilità di confronto e di farsi conoscere? 

Faso: la stampa e le interviste possono essere parimenti molto piacevoli o molto noiose, dipende da chi ti intervista e che domande ti fa, ci sono quelli che vengono a intervistarti perché qualcuno li ha mandati e non sanno neanche chi stanno intervistando, lo capisci subito, alla seconda domanda e lì ci sono varie modalità: o ti diverti a dirgli delle cagate che è oltremodo divertente oppure non vedi l’ora che l’intervista finisca, vuoi fare in fretta per andare a fare qualcosa che ti piace. Poi ci sono i casi in cui l’intervistatore va ad approfondire e quindi cambia tutto.

 

Valentina: com’è il vostro rapporto con i social? Non mentite perché ho controllato i vostri profili!

Faso: il mio è zero

Alessio: l’unico che li usa sono io perché ho tanta attività online didattica e quindi sono “costretto” ad essere attivo, li uso per lavoro, se non avessi quello ne farei volentieri a meno

Christian: io dovrei prima o poi entrare in questo Facebook che non ho ancora capito bene quali potenzialità possa avere e poi mi dicono che è in fase calante, quindi io entrerò nel momento in cui verrà chiuso. Ha già raggiunto l’apogeo, adesso cala e quando arriveremo io e Faso sarà morto e sepolto.

Faso: ho scoperto adesso il video tell, dovrei aprire il mio My Space tra sei mesi, quindi se tutto va bene tra sette/otto anni entrerò in Facebook, quando ci sarà lo scambio di dati tramite bulbo oculare io aprirò Facebook. Sinceramente a me non interessa dare informazioni su quello che faccio, quello che mangio, quello che vedo

Valentina: comunicare il vostro modo di essere musicisti non è importante? Perché voi piacete un sacco e la vostra assenza social si sente

Faso: per vederci basta venire ai nostri concerti

Valentina: Facebook serve anche per sapere che c’è il concerto, questa intervista è stata organizzata grazie al fatto che ho mandato un messaggio sulla pagina Facebook del Trio Bobo, non sarei qui se non avessi avuto questo tipo di contatto, mi sareste sembrati lontanissimi, invece siamo qui a fare l’intervista grazie a Silvia (DelGrosso, “Bolbo”) che si è occupata di tutto.

Faso: diciamo che fino ad adesso che ne sono rimasto fuori la cosa ha funzionato visto che sei qui, posso dunque continuare a rimanerne fuori.

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Trio Bobo

Valentina: vi capita ancora di dover montare/smontare e caricare/scaricare il furgone?

Faso: oggi! Monta e smonta, ma è bello.

Christian: monto e smonto la batteria, se devo suonare a Piombino come suonerò domani, ti dico che preferisco avere una batteria in loco perché è complicato prendere la batteria e portarsela giù, se hai tanti km da fare, tanti spostamenti difficili, magari vai in treno, però in genere preferiamo sempre avere la nostra strumentazione per divertirci di più, con i propri strumenti il divertimento è assicurato

Faso: può sembrare una scomodità arrivare con la macchina carica, poi scarica, metti su, invece è il bello delle serate del Trio. Ai concertoni arrivi che è già tutto montato, ci sono altre cose belle, ma questo carica/scarica da un lato è faticoso, dall’altro è sempre una scuola, arrivi con un po’ di lavoro al concerto e te lo godi di più. Ricorda i tempi dei primi concerti, non è cambiato niente se non la macchina, non avevamo l’aria condizionata.

Alessio: ci si dava appuntamento in qualche intersezione delle autostrade

Faso: e ci trovavamo senza cellulare, è pazzesco, si riusciva a fare tutto anche senza le app, come facevamo? E’ incredibile!

 

Valentina: Faso, una bassista mi ha riferito che i bassisti comuni mortali hanno il basso con 4 corde, il tuo ne ha sei.

Faso: non del tutto vero, il basso ne ha anche cinque, si è evoluto nel tempo, il basso a cinque corde esisteva già nel ‘700, il contrabbasso a cinque corde c’è, avevano già fatto degli esperimenti… scusa, ti ho interrotto

Valentina: hai paura che si rompano le corde mentre suoni e quindi ne hai un paio di riserva? Oppure sai che i bassisti sono considerati un po’ sfigati e cerchi di sembrare un chitarrista? Spieghiamo ai profani il perché di un basso a 6 corde

Faso: spiritosamente sono motivi validi, ne uso solo una o due, quindi principalmente quattro servono per fare scena. La verità è che quando è uscito il basso a sei corde mi aveva abbastanza incuriosito, volevo sperimentarlo, in realtà mi interessava già la quinta corda, la quinta bassa perché accedi a delle note che nel basso normale non ci sono e che sono abbastanza utili secondo me, mi servivano di più nel mondo pop rock di Elio e Le Storie Tese, ma nel frattempo è uscito quello a sei corde e mi è piaciuto perché offre un’estensione maggiore, in realtà può essere anche uno strumento fuorviante perché se continui a non fare il bassista, se fai casino poi tutti vogliono il bassista a quattro corde. Avere sei corde è come avere un pianoforte, non è detto che devi suonare tutte le note sempre, puoi sceglierne due o tre, quando non le hai non le puoi scegliere, secondo me è uno strumento molto completo ancora da esplorare, ma c’è gente che lo ha esplorato benissimo, tipo Alain Caron, fa delle robe solo basso strepitose, ma è proprio un’altra direzione, non è il basso usato alla vecchia maniera. A me piace molto anche alla vecchia maniera e quindi cerco di suonare il basso e poi faccio altre cosine che nel Trio vengono fuori di più perché c’è più spazio. Quando si suona con due tastieristi è meglio suonare semplicemente il basso o si aggiunge casino.

 

Valentina: Christian, tanti anni di concerti, clinics, lezioni e continui a studiare. Quindi more o bionde?

Christian: quindi tu mi stai dicendo che la mia vita musicale mi ha portato a conoscere molte donne. Nella realtà in Elio e Le Storie Tese, se devo parlare di quel gruppo che potrebbe averci portato al cucco, non abbiamo mai avuto un gran pubblico femminile, abbiamo sempre avuto tanti maschi, un po’ ubriachi, urlanti e che a volte volevano fare i simpaticoni, poi alla fine dovevi anche abbracciarti a questi maschi un po’ sudaticci, abbiamo vissuto per tanti anni queste esperienze. Con il Trio Bobo …

Alessio: posso fare una citazione dal grande Paolo Conte con cui ho avuto l’onore di suonare? “Le donne non amano il jazz, non si capisce il motivo”. Ti ho già detto tutto praticamente. Niente. Non abbiamo successo con le donne

Christian: potremmo utilizzare Facebook per la prima volta per vedere se si sblocca un mondo nuovo, potete aiutarci per favore?

Alessio: Abbiamo anche scritto “abbiamo corpi statuari, venite ad ascoltarci”, abbiamo bluffato, ma non è servito

Faso: non vorrei anticipare molto, ma stiamo lavorando su una rielaborazione, costruzione della nostra immagine e nel 2019 ci presenteremo come boy band trio. Mezzi biondi e mezzi mori, a seconda del lato che ti giri puoi essere biondo o moro, devo fare anche il baffo a metà.

Christian: così piaci a delle donne come biondo, poi ti giri dall’altro e piaci alle altre, così piaci a tutti, cucchi ovunque!

 

Valentina: in precedenti interviste avete dichiarato di puntare tutto sul vostro aspetto fisico e sull’immagine, possiamo quindi dare speranze a tutti quelli che provano a fare musica?

Faso: certamente! Certamente, anche se ovviamente nel nostro caso si aggiunge anche la componente esperienza. Chiaramente un ventenne può essere bello come noi e lì hai già colmato la lacuna della bellezza, può suonare bene e li hai già colmato la lacuna del suonare bene, purtroppo non ha l’esperienza, arrivati alla nostra età può bastare anche uno sguardo, siamo arrivati ad un certo punto che tramite una precisa sequenza di note siamo riusciti ad individuare il punto G delle ragazze, senza approfittarne però, è già un servizio! Tu vai ad un concerto e c’è qualcuno che ti evidenzia il punto G? Lampeggia per qualche secondo, tu vedi dov’è, fai un segnettino e poi … è un plus che non so quanti Trii al giorno d’oggi riescano a dare. Il gruppo di ventenni è ok, però non ha certe features che noi abbiamo.

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Trio Bobo

Valentina: che lavoro avreste fatto se non ci fosse stata la musica?

Alessio: io forse sarei finito nel crimine. Quasi sicuramente. Truffe, cose così, un po’ borderline, dove non sei proprio un criminale. Mi piaceva la psicologia, ma ho iniziato veramente presto a suonare e non ci ho pensato.

Faso: io avrei fatto il sensitivo, a casa avrei ricevuto delle persone per fargli predizioni più o meno fondate. E’ un’attività interessante e non hai molti rivali, faccio l’architetto e boom ci sono migliaia di architetti, faccio il sensitivo, trovo una zona dove non ce n’è già un altro, non per truffare, ma solo con quello che riesco a sentire, gli leggo le carte

Christian: io ho fatto tre anni di Bocconi, ho sbagliato tutto, l’ho fatto per seguire gli amici, per vivere qualche festa in più, qualche happy hour insieme agli amici, mi avrebbero messo fuori dal gruppo se non avessi frequentato, non potevo uscire dal gruppo degli amici così facilmente. Nella realtà cosa avrei fatto? Avrei commerciato prodotti svizzeri, avrei importato prodotti dal Ticino, ma non attraverso le vie legali, ma attraverso le montagne, avrei fatto contrabbando, uno spallone moderno, scarpe da ginnastica, cioccolato, orologi, cose leggere, lo avrei fatto saltellante, non il vecchio spallone che si caricava di tanto peso, lo avrei fatto in versione stambecco, uno spallone tutto tirato, la camicia giusta …

Alessio: io ti avrei visto in versione Sherpa sulle Alpi svizzere

Christian: sì andrebbe bene anche quello, ma sempre in versione moderna, a mille metri senza ossigeno, sul Monte Generoso senza ossigeno

Faso: a mille metri senza ossigeno, proprio al limite delle possibilità umane

 

Valentina: dove sono le donne nella musica? Sembrano ovunque, ma nella realtà sono quasi tutte impiegate nel back, per portare gli uomini sul palco

Faso: non sono d’accordo, negli ultimi anni ci sono un sacco di bassiste che una volta non c’erano, e sono anche bravissime! Ci sono un sacco di batteriste, la musica è aperta, le donne che suonano suonano bene, quelle che cantano cantano bene, nella storia ci sono sempre state tantissime cantanti, recentemente vedo che ci sono tante strumentiste bravissime e questa è una bellissima cosa. Non mi sembra che ci sia una preclusione da parte dei musicisti.

Christian: forse prima stentavano un po’ come basso e batteria, negli anni ’70 era meno frequente, Sì, c’era Karen Carpenter, parliamo di una grandissima cantante che suonava anche la batteria, sono casi unici al mondo, Sheila E è già di fine anni ’70, arrivata con George Duke, con Prince che è stato il primo a valorizzare le donne in musica.

Faso: Wendy & Lisa, sono andato a vederle in concerto, ma con perché erano fighe, ma perché erano brave. Chitarrista e pianista, facevano proprio dei bei pezzi.

 

Valentina: Christian, cosa ne pensi dei Gospel Drummer di oggi?

Christian: mi piacciono, spesso vado su YouTube ad ispirarmi perché comunque hanno delle capacità tecniche e anche musicali di altissimo livello, eseguono anche delle nuove diteggiature sullo strumento, quindi sono molto interessanti, detto questo faccio il solito discorso da vecchio trombone che ama una certa musica di una volta, ma negli anni ’60, ’70 e anche ’80 i batteristi erano più originali, c’erano delle entità diverse, è come essere in un bosco e vedere alberi diversi. Questo fattore Gospel che li immette su un’autostrada musicale che è quella lì, dove regna la forza fisica, regna il chops esagerato, queste diteggiature potenti, fa sì che dopo un po’ abbia bisogno di ascoltare le vecchie originalità, anche degli anni ’50, dei batteristi precedenti, perché c’era meno uniformità, ci si copiava molto meno, questa corrente di adesso del Gospel tende a renderli un po’ uguali, non ho la sensazione che questi batteristi giovani del Gospel abbiano ascoltato i vecchi. Questo lo avverto perché sento raramente una dinamica, raramente ascolto un sussurro sullo strumento, mancano quei lati che sono sempre stati eseguiti dai grandi batteristi del passato e mi piacerebbe che ci fossero anche nel Gospel, perché il Gospel deve essere solo quello?

 

Valentina: Alessio, da chitarrista jazz qual è stata la lezione più grande che hai imparato da questo tipo di musica? Qual è il tuo approccio all’improvvisazione?

Alessio: l’ascolto dei pezzi preferiti mi ha dato lo stimolo, le idee, le cose da studiare, Wes Montgomery tra tutti è stato quello che mi ha ispirato di più e che mi ha fatto innamorare dello strumento. A me piace tantissimo improvvisare perché ogni volta c’è sempre qualcosa di diverso, anche se poi uno acquisisce un proprio stile e diventa riconoscibile con un fraseggio che per certi versi si possa ripetere, che ti caratterizza come artista. L’improvvisazione c’è anche quando esegui un tema, non suoni mai lo stesso pezzo allo stesso modo, lo interpreti in modo diverso tutte le volte, anche quello può essere improvvisare.

 

Valentina: chi è la mente produttiva del gruppo? Fate tutto insieme in tema di composizione e arrangiamento?

Faso: facciamo tutto insieme perché è un bel sistema, ci troviamo, anche se accade un po’ di rado, ma quando ci troviamo un po’ improvvisiamo insieme registrandoci e nell’improvvisazione salta sempre fuori qualcosina di interessante, un frammento, una cosa così che puoi arrangiare, Christian viene ispirato e magari ci fa sopra qualcosa, la passa a Alessio che ci fa qualcos’altro e poi passano a me o al contrario, e creiamo i nostri brani in questo modo. In altri casi qualcuno arriva con un frammento e poi viene inventato insieme, sempre registrandoci e riascoltandoci con calma. Quando riascolti è interessante, metà delle cose che facciamo non ci rimangono in mente, ma rimangono incise ed è bellissimo perché devi tirare giù te stesso. Quando riascolti dopo una settimana una session di improvvisazioni e creazioni magari qualcosa ti rimane all’orecchio e quindi probabilmente è interessante, le robe brutte passano via, non ti rimangono, ogni tanto rimane qualche perlina su cui poi lavoriamo insieme, è un lavoro di gruppo

 

Valentina: che domanda avrei dovuto farvi per colpirvi e farvi pensare: wow, che figata di intervista

Alessio: questa è un po’ alla Marzullo! Hai fatto buone domande

Christian: hai fatto delle buone domande, ti sei documentata, hai anche interpellato dei musicisti, questa è una cosa molto rara, pazzesca, quindi le domande erano tutte soddisfacenti

Faso: ti ricordi esattamente le prime sei cifre del numero E, questa poteva essere una domanda molto interessante! Oppure parlatemi di Fibonacci, ecco questa sarebbe stata una domanda veramente inaspettata! La visione delle monadi, una cosa così …

Valentina: va bene, allora alla prossima intervista vi preparo domande del genere! Grazie mille di tutto, avete avuto tantissima pazienza!

Christian: brava, apprezziamo!

 

Conclusioni e ringraziamenti

Sbobinare questa intervista è stato lunghissimo e difficile perché ho continuato a ridere per le battute dei ragazzi, sono tre personaggi incredibili o, per meglio dire, pensavo fossero personaggi, invece sono persone e musicisti veri, reali e assolutamente incredibili. Diretti, puliti, sinceri, divertenti. Detta in modo giovane, sono tanta roba!

Un grazie speciale a Silvia Del Grosso “Bolbo” che ha reso possibile questo incontro, per la pazienza avuta nell’organizzare e dare informazioni e per avere accolto me e Tatiana con la massima gentilezza e disponibilità. Un grazie ovviamente anche a Tatiana Granata che mi segue in queste avventure e trova lo scatto giusto per ogni band. Un altro ringraziamento va a dei musicisti che apprezzo molto e che mi hanno aiutata con domande e spunti di riflessione per affrontare il “terribile” Trio Bobo, quindi un grazie a Dario Magri (batterista), Pasquale Guarro (batterista jazz), Francesco Cardillo (chitarrista jazz) e a Silvia Zanin (bassista).

 

Intervista a cura di Valentina Ferrari

Foto a cura di Valentina Ferrari & Tatiana Granata (AngelGT1980 Photography)

 

 

 

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