Intervista Alphawolves

Crescere significa evolversi. Ma il cambiamento non è mai un scelta semplice; ci vuole una buona dose di coraggio e una serie di decisioni difficili da prendere. Questo lo sanno bene gli ALPHAWOLVES, band romana (anzi “from the Vatican City”, come si definiscono loro) nata dallo smembramento di un gruppo storico nella scena metalcore internazionale, gli Hopes Die Last. Ormai da qualche mese sulla loro pagina Facebook erano comparsi indizi che lasciavano trapelare una trasformazione in atto. E poi ecco la notizia, lo scorso 6 gennaio, rilasciata con un video esplicativo in cui la band ha annunciato il passaggio verso un sound diverso rispetto a quello heavy del passato, che si è arricchito di suggestioni sempre nuove nel corso del tempo. Da qui, la decisione cambiare nome, che pure porta il titolo dell’ultimo singolo che gli Hopes Die Last avevano estratto lo scorso anno. Cosa significa rinascere dalle proprie ceneri e dare vita ad una metamorfosi musicale che viene presentata come una svolta naturale quanto necessaria? Ne abbiamo parlato con Daniele Tofani, cantante della band, che ci spiega come è nato questo nuovo progetto.

Ciao Daniele e grazie per l’intervista con Ondalternativa. Allora, voi descrivete il passaggio da Hopes Die Last a ALPHAWOLVES come un’evoluzione. Rispetto agli esordi nel 2004, la formazione originaria degli Hopes Die Last è stata quasi completamente stravolta. Altre band con casi simili al vostro semplicemente cambiano nome e iniziano una nuova storia da capo. Voi, invece, ci tenete a rimarcare l’aspetto di continuità con quanto fatto in precedenza, nonostante ne segnaliate al tempo stesso una linea di demarcazione. Dove finiscono gli Hopes Die Last e dove iniziano gli ALPHAWOLVES? Cosa portate con voi e cosa lasciate dietro?

È sicuramente un nuovo inizio con tutti i pro e i contro che si possono verificare in una fase transitoria come questa. Quello a cui tenevamo in maniera particolare è far capire ai nostri vecchi fan che le cose cambiano, la vita e le cose che ci circondano mutano in continuazione, ma il cambiamento non sempre porta a qualcosa di negativo. Anzi, nel nostro caso ci ha dato quello stimolo che mancava forse da un po’. Vogliamo semplicemente dimostrare che abbiamo ancora tanto da dire. Cambia il linguaggio, ed è un dato di fatto; vogliamo lasciarci alle spalle il passato e guardare oltre l’orizzonte, musicalmente parlando, ma tutto quello che è stato lo portiamo dentro di noi e ne faremo tesoro per migliorare giorno dopo giorno. Per rifarmi alla tua domanda, possiamo semplicemente dire che qui finiscono gli Hopes Die Last ed iniziano gli ALPHAWOLVES.

Come Hopes Die Last vi siete creati nel corso degli anni una massiccia schiera di fan in tutto il mondo. Qual è stata la loro reazione alla notizia di questo cambiamento?

Il riscontro da parte dei vecchi fan è stato molto eterogeneo; molti avrebbero preferito che continuassimo a fare quello che abbiamo sempre fatto, ma la stragrande maggioranza ha accolto a braccia aperte la nuova veste della band e di questo ne siamo entusiasti. Ovviamente ci avrebbe fatto piacere che tutti potessero pensarla positivamente, ma allo stato attuale questo è quello che vogliamo dalla nostra carriera e combatteremo fino alla fine per dimostrare che da adesso in poi è tutto un altro film.

Quanto contate sul fatto che i fan più affezionati vi seguiranno comunque, nonostante abbiate cambiato genere? E quanto, invece, puntate a farvi conoscere da nuova gente, a prescindere dalla fama che avete raggiunto con la vostra carriera precedente?

Sicuramente uno dei vantaggi nel comporre pezzi meno heavy è la possibilità di arrivare a più gente rispetto al passato, quindi direi che il nostro obiettivo è più quello di allargare la nostra fanbase, ma, come dicevo prima, ci teniamo a mantenere un occhio di riguardo per chi ci ha seguiti sin dall’inizio e non possiamo che essere grati a tutti quelli che continueranno a farlo.

Iconograficamente vi identificate con il branco di lupi, il Wolfpack. Perché questa identificazione? Cosa significa per voi?

Wolfpack è tutto quello che di più vero ci rappresenta. Ossia, nello specifico, un gruppo di persone affiatate tra loro in cui ognuno spicca per una particolare dote e porta il suo contributo con le sue capacita alla totalità del branco. Credo non esista nulla che racchiuda in così poche lettere quello che questo progetto rappresenta per noi.

Quali sono state le maggiori fonti di ispirazione, musicalmente parlando, che vi hanno accompagnato lungo questo periodo di ri-definizione di voi stessi?

In questi 2 anni dall’ultimo lavoro con Hopes Die Last ci siamo guardati dentro davvero, come mai successo prima d’ora, ed abbiamo riscoperto la vera essenza e il motivo che c’ha spinto sin da bambini verso la musica. Abbiamo rivalutato tutti gli artisti che hanno in qualche modo cambiato inesorabilmente la nostra infanzia, per cercare come allora quell’innocenza e quel flusso che da un po’ di tempo mancava all’interno della band. È stato un lavoro intenso che ci ha uniti in quest’ultimo periodo, come non mai.

Nel video del primo singolo che avete estratto, “Bayonets”, in epigrafe citate Platone: “Solo i morti hanno visto la fine della guerra” (“Only the dead have seen the end of war”). Con questa stessa frase si apre Black Hawk Down di Ridley Scott. C’è una connessione?

Ora che me lo fai notare è vero! Ahah! Comunque no, nessuna connessione. Non voluta, quantomeno. È una frase che racchiude in pieno il senso di alienazione e rassegnazione che volevo trasmettere nel testo e ci sembrava anche un perfetto inizio per questo nuovo percorso che stiamo affrontando.

La regia del video è affidata a Trilathera, un progetto al quale tu e Yuri (il bassista) lavorate da un po’ di anni. Com’è essere registi di se stessi?

Come già per gli ultimi due singoli degli Hopes Die Last (The “Wolfpack” e “Alpha Wolves”) io e Yuri ci siamo presi cura a 360 gradi della realizzazione dei video, mentre la produzione dei nostri brani è gestita dal nostro chitarrista Marco nel suo “Sickboy Studio” sin dal nostro secondo album, “Trust No One”. Come band abbiamo imparato che è fondamentale per noi essere totalmente autosufficienti da ogni punto di vista, dalla scrittura e realizzazione dei pezzi all’immagine della band, ed è una cosa che ci rende totalmente liberi di poter esprimere nella maniera più assoluta la nostra passione per il lavoro che facciamo e di questo ne siamo pienamente orgogliosi.

“Bayonets” già dal titolo lascia presagire alla carica combattiva con cui vi siete preparati per questa nuova avventura. Cosa dobbiamo aspettarci da voi nel futuro?

Sicuramente quello che posso anticiparti è che in brevissimo tempo usciranno nuovi singoli e, perché no, anche qualche live per cominciare a far girare questo progetto come secondo me merita. Quindi continuate a seguire il branco perché da adesso in poi saranno solo cannonate una dietro l’altra! “Follow the pack”!

E allora, è proprio il caso di dirlo: “Follow the pack degli ALPHAWOLVES”!

A cura di Francesca Mastracci

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