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Live report Pukkelpop


Dato che in quanto a line-up in materia festival gli organizzatori italiani hanno ancora molto da imparare, ecco che, per vedere un'elevata quantità di band interessanti, è nata l'idea di spostarsi verso un festival europeo e così, tra i tanti che ogni anno hanno luogo nel vecchio continente, il progetto si è concretizzato nel Pukkelpop.

Questo noto festival si tiene in Belgio, nella città di Hasselt ed ospita ogni anno alcune delle band più in vista del panorama musicale internazionale nonché i gruppi emergenti più interessanti del momento. Naturalmente, non essendo possibile essere presente contemporaneamente su tutti i 7 palchi di questa rassegna questo sarà giusto un piccolo scorcio di ciò che le orecchie dei 130.000 presenti hanno avuto modo di udire il 17, 18 e 19 agosto. Dunque, più che parlare del Pukkelpop parlerò del mio Pukkelpop.

Il mio Pukkelpop che purtroppo ha visto le rinunce degli Shins e dei Subways (che sembrano non riuscire a mantenere gli impegni europei), vantava, comunque, nomi di rango, come José Gonzalez, Beck, Dresden Dolls, Raconteurs, TV On The Radio, Massive Attack, Joan As A Police Woman, 65 Days Of Static, Yeah Yeah Yeahs, Placebo, Broken Social Scene, Daft Punk, ma soprattutto i Radiohead!

Naturalmente per problemi logistici (il nostro albergo era a Maastricht!) non abbiamo mai fatto in tempo a vedere i primi gruppi della mattina per l'ora che ci separava dalla location del Festival, ad ogni modo un'abbondante trentina di concerti, la maggior parte dei quali decisamente meritevoli, sono comunque un bel bottino da portare a casa!

Tre giornate indimenticabili al modico prezzo di 113 euro, che può sembrare una bella sommetta, ma, considerando che il biglietto dava accesso a campeggio gratuito e viaggi in treno e bus gratuiti in tutta l'area belga per l'intera durata del Festival, si capisce subito che è un costo ragionevolissimo e ci dà anche un'idea della meticolosa opera organizzativa che sta alle spalle di quest'evento fiammingo.





1° Giorno [17 agosto 2006]



Un'ora di bus da Maastricht ci conduce fino a Hasselt, nell'immensa area adibita a location del Festival. Dopo un primo momento di ambientazione per imprimere nella mente la posizione dei 7 palchi, dello stand delle magline delle varie band e i vari posti per rifocillarsi, controlliamo il programma stampato da internet prima di partire col calendario della giornata e scopriamo che era stato interamente stravolto! E indovinate un po' da chi? Naturalmente da Pete Doherty che dopo vari cambiamenti di palco ed orario ha alla fine con i suoi Babyshambles ha definitivamente dato forfait, poco male.

Resettato, dunque, il programma della giornata, ci dirigiamo verso il Marquee per vedere i Guillemots: 40 minuti di piacevole indie pop, soprattutto "Go Away" e la conclusiva "Sao Paulo" anche se il pubblico si è infiammato soprattutto per i singoli "Train To Brazil", "We're Here" e "Made Up Love Song #43" che sono un po' più scontate, però fa un certo effetto veder cantare il pubblico belga durante un concerto (di solito accade molto raramente, ndR)!

Sullo Skate Stage ci sono i You Say Party! We Say Die!, gruppo punk senza lode e senza infamia che alla fine si è rivelato utile come colonna sonora del pranzo, altrimenti non avremo saputo quando mangiare!

Viene così il momento della prima visita al Main Stage dove stanno per suonare i Gomez. Aprono il loro concerto con una psichedelica "Get Miles", ma non riescono ad imprimersi in maniera efficace nelle orecchie del pubblico, resta un’atmosfera piuttosto soporifera per tutta la durata del loro set. E’ comunque innegabile che i ragazzi abbiano delle capacità, però, sembra strano a dirsi per un gruppo britannico, il loro sound pecca di una troppo evidente influenza americana.

Il primo grande rimpianto di questa 3 giorni, dopo le defezioni pre-festival, è stato il non poter assistere al concerto di José Gonzalez: purtroppo il tardo arrivo al Marquee è stato fatale, il palco era ormai colmo di spettatori, anzi traboccava, molta gente era ormai confinata fuori ad ogni lato del tendone, per cui, dopo due canzoni sentite male da fuori, abbiamo optato per abbandonare il campo e recarci verso il luogo del prossimo set. Peccato!

Ci troviamo di nuovo sotto al Main Stage, questa volta in attesa degli Infadels. Riguardo a questa band londinese c’è da dire che non destano in maniera elevatissima il mio interesse, però dal vivo sono sicuramente un gruppo da vedere: sanno tenere il palco egregiamente, riescono a far muovere e divertire il pubblico e guardare il loro tastierista pazzoide che si dimena in modo forsennato è un vero spettacolo! Del resto con la loro “I Can’t Get Enough” sono riusciti anche a far smuovere e saltellare anche il freddino pubblico belga. Inoltre, va anche sottolineato che hanno del coraggio: nonostante il giorno seguente vedesse i Raconteurs tra le band che avrebbero solcato quello stesso palco, questi ragazzi hanno voluto rischiare proponendo una loro cover “Steady As She Goes”. Coraggio ben ripagato vista l’acclamazione suscitata nel pubblico.


Dopo un po’ d’incertezze la decisione sul successivo concerto a cui assistere cade sui Veils, così ci dirigiamo verso il club, in realtà li avevo già sentiti suonare 2 anni fa, all’epoca non mi colpirono eccessivamente, ma si sa col tempo i gusti musicali si evolvono ed in più, essendo nel frattempo completamente cambiato l’assetto della band, la cosa mi aveva piuttosto incuriosito. Invece nonostante tutto ciò l’impressione è rimasta la stessa: hanno quel paio di pezzi carini ma niente di eccezionale, non colpiscono, o meglio, continuano a non colpire.

Così si corre di nuovo verso il Main Stage per non perdere neanche un minuto dell’inizio del concerto dei Magic Numbers, perché l’unico neo del Pukkelpop, se proprio vogliamo trovargliene uno, è far coincidere orari e conseguente raggiungimento dei palchi dei set che si vuole vedere. Comunque i Magic Numbers si confermano: musicisti impeccabili, che infondono allegria e solarità con le loro melodie, piuttosto, orecchiabili.

Nuovo cambio, nuova corsa: questa volta verso il Marquee per assistere al live dei We Are Scientists, live verso il quale ci siamo mossi abbastanza titubanti, dati i commenti pre-partenza che ci erano arrivati sulle doti di Keith Murray, invece è stata un piacevole sorpresa. I commenti si sono rivelati infondati e questo power-trio ci ha regalato un set molto rock’n’roll, davvero coinvolgente, soprattutto su “Nobody Move, Nobody Get Hurt”, pezzo dal quale il pubblico si è fatto letteralmente travolgere.

Non ci siamo fatti mancare neanche un po’ di elettronica, anche perché l’alternativa sarebbero stati gli Snow Patrol in set acustico a causa degli strumenti persi nel viaggio aereo (ebbene sì la compagnie aeree non perdono solo i bagagli di noi comuni mortali!, ndR), quindi per la prima volta incediamo nella Dance Hall per sentire gli Zero 7, che durante il loro set, hanno ospitato sul palco per le note di “Heart Beats” il sopraccitato José Gonzalez, per mia somma gioia. Cinquanta minuti calmi e sognanti, ci volevano proprio dopo tutto il via vai della giornata, passata a correre tra un palco e l'altro!

Arriva finalmente il momento di tornare al main stage per godere delle esibizioni prima di Beck e poi dei Radiohead (questi ultimi sono il principale motivo per cui io ho smosso la mia persona dalle ridenti zone toscane e mi sono fatta tra aereo treni e bus vari mezza Europa). Qua riusciamo a conquistare la prima fila e poco distante da noi troviamo anche Fyfe Dangerfield (il cantante dei Guillemots) con cui ci intratteniamo un pochino in attesa dell'inizio del concerto.

Beck e la sua band incedono sul palco cominciando con “Loser”. Così si apre uno dei capitoli più significativi del Festival perché un’esibizione del genere è abbastanza rara a vedersi: impeccabili sia Beck che i musicisti. Per tutta la durata dello show il pubblico assiste inoltre ad un metaspettacolo: sul palco ci sono delle marionette, ognuna delle quali rappresenta un membro della band, queste vengono proiettate sui maxischermi mentre gli animatori fanno loro riprodurre ogni esatto movimento di Beck & Co. E sono anche state le protagoniste della pausa precedente all’encore con un divertente do*****entario "on the road": durante il pomeriggio erano stati realizzati dei filmati nei prati del Pukkelpop di questi pupazzini doppiati proprio dalle voci dei musicisti, che li mostravano durante l'interazione col pubblico (noi purtroppo non li abbiamo incrociati), in alcuni stands a rifocillarsi e in alcuni momenti del backstage.

Il set ha spaziato dagli album più vecchi a quelli più recenti e ci ha anche deliziato con nuovi brani che compariranno nel suo nuovo album uscito il 3 ottobre. Particolarmente degna di nota "Clap Hands": è stata eseguita dalla voce e dalla chitarra di Beck mentre gli altri musicisti si sono seduti attorno ad una tavola imbandita e, fingendo di mangiare, hanno improvvisato una serie di percussioni con posate, bicchieri, piatti e tazzine sotto lo sguardo divertito ed entusiasta del pubblico. Ma le sorprese non finiscono qua! Al momento del rientro per l'encore, sulle note di "1000 BPM", Beck si presenta in un costume da orso assieme al resto della band anch'essi travestiti e di conseguenza anche le marionette!

E poi abbiamo aspettato mezzanotte… e nel frattempo un’insperata prima fila ci ha bussato alle porte…

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Il set dei Radiohead è stato l'unico a cui sono state concesse circa 2 ore di spazio, già questo la dice lunga. Inutile dire che sono stati impeccabili, anzi perfetti.                                       Thom Yorke ha un carisma unico sul palco, diventa trascinante quando poi si scatena nei suoi famosi ballettini, la sua voce è sempre perfetta, ben dosata, piena di sentimento. E Jonny... ah, Jonny Greenwood... che musicista... si è alternato tra tastiere (“Karma police”), sintetizzatori (“Pyramid song”), xilofono (“No surprises”), chitarre (suonata con l'archetto su “Pyramid song”), e percussioni (“There there”) con una tale nonchalance e competenza da lasciare a bocca aperta, quasi fosse la cosa più semplice e normale del mondo... finché non si vede su un palco non ci si rende conto appieno di quanto sia poliedrico quest'uomo!

Appena usciti sul palco Thom, Jonny, Ed, Colin e Phil cominciano con uno dei loro miglior album regalandoci subito Airbag. Su There There non solo Jonny ma anche Ed passa alle percussioni: uno spettacolo! Molto molto bella anche “Exit Music” con Thom alla chitarra acustica, ma del resto ogni singola nota è stata molto molto bella. Passano subito dopo alle note di “Karma Police”, uno dei momenti topici della serata, davvero davvero commovente, alla fine Thom ci ha sorpreso continuando a cantare il finale "And for a minute there/I lost myself I lost myself..." a cappella dopo la fine della canzone.                                                                                            Sopra le righe anche “Myxomatosis”, subito seguita dalla loro migliore canzone di sempre, ovvero quella che si potrebbe anche chiamare una mini-sinfonia in 3 movimenti, ovvero “Paranoid Android”, ovvero il momento più emozionante della serata in assoluto. Ci regalano anche una canzone nuova "All I Need", che è sempre una bella chicca da ascoltare quando ti trovi al concerto di una delle migliori bands di sempre... Sognante e quasi appartenente ad un'altra dimensione è sembrata l'esecuzione di "Pyramid Song", live si fa ancora più soave di quanto già non lo risulti nella versione su disco.

E' sulle note di "How To Disappear Completely" che lasciano il palco per poi tornare per l'encore inaugurato con "Like Spinning Plates". Bellissime le immagini proiettate sul maxi-schermo durante "You And Whose Army": basta la faccia di Thom Yorke, che si contorce e va avanti e indietro mentre lui suona il piano, a tenere il palco, figuriamoci vederseli davanti tutti e 5 insieme!

Non hanno eseguito né “True Love Waits” né “We Suck Young Blood” ma, ovviamente, sarebbe stato alquanto difficile non lasciar fuori molti altri pezzi bellissimi, dato che anche due ore soltanto sono comunque poche per riuscire a proporre il loro vastissimo repertorio, ad ogni modo non hanno tralasciato la travolgente "Lucky"! Ci salutano sulle note di "Everything In Its Right Place": mai titolo fu più azzeccato di questo perché per quelle 2 ore "everything had been in its right place".



2° Giorno [18 agosto 2006]

Questa giornata inizia dal Marquee con i Gogol Bordello, il gruppo di Eugene Hutz: concerto davvero divertente, lui è un vero animale da palcoscenico e gli altri componenti non sono da meno, soprattutto il violinista e le due ragazze che ogni tanto comparivano sul palco per mimare delle scenette, non propongono il solito punk sentito e risentito, ma lo mischiano a suoni tipicamente appartenenti al folk dell'Europa dell'est e ne esce fuori un bel risultato, oltre alla coinvolgente nota di cabaret. Sopra le righe l’esecuzione di "Start Wearing Purple", che è stata anche la più apprezzata dal pubblico presente.

Segue lo spostamento verso il Club per sentire i White Rose Movement, una nuova promessa britannica. Riescono a proporre quasi tutto il loro album di debutto “Kick”, un concerto davvero piacevole e divertente, certo non saranno la rivelazione dell’anno e c’è anche da dire che la voce dal vivo come accade spesso in svariati gruppi inglesi risulta un po’ piatta, ma sanno come trasmettere la carica al pubblico, soprattutto forti del loro aspetto strumentale più minimalista dal vivo rispetto alle versioni studio, acclamate soprattutto “Girls In The Back”, “Idiot Drugs” e la conclusiva “Alsatian”. I loro 40 minuti passano talmente in fretta che vederli andare via lascia un po’ di amaro in bocca…

Ma il dispiacere è di breve durata perché poco dopo al Marquee ci attende Carl Barat con i suoi Dirty Pretty Things che, nonostante la recente clavicola rotta è lì sul palco, imperterrito, ad impugnare la sua chitarra. Grande l’afflusso del pubblico, dovuto anche al fatto della cancellazione del set dei Babyshambles del giorno precedente, si sono infatti riversati qua tutti i delusi fans degli ex-Libertines. E qui il paragone tra i due ex-compagni ci scappa: dopo aver visto i Babyshambles a maggio va ammesso che i Dirty Pretty Things promettono sicuramente di più, destano più interesse e per lo meno non intaccano la soglia del ridicolo. Potente l’esecuzione del loro singolo “Bang Bang You’re Dead” (dedicata all’ex-compagno Doherty) a chiusura dell’esibizione.

Si prosegue spostandoci verso il Main Stage, dove si stanno esibendo gli Scissor Sisters, che nel loro genere sono anche bravi e vantano anche alcune covers ben riuscite come “Take Me Out”, però sentire la loro proposizione di “Comfortably Numb” mi ha alquanto scioccato (in senso negativo ovviamente).

Fortunatamente subito a seguire il Marquee vantava la presenza dei Dresden Dolls che hanno subito fatto riprendere le mie orecchie offese. Purtroppo il loro set è stato più breve di quello di due mesi e mezzo fa a Milano ma altrettanto d’impatto. Posso dire senza nessuna esagerazione che Brian Viglione è uno dei migliori batteristi che si veda suonare in giro. Questa volta però non si dedica soltanto alle percussioni: sulla cover di “Amsterdam” imbraccia una chitarra e, insieme ad Amanda dedita esclusivamente alla parte vocale, ci ha regalato un meraviglioso momento acustico. Il momento più alto dell’intero concerto è però “Half Jack”, introdotta da un lungo e travolgente strumentale. Davvero impressionante ciò che Amanda e Brian riescono a realizzare essendo soltanto in due.

Ci siamo ritrovati poi con uno spazio vuoto e per non sprecare il tempo a non far niente capitiamo nello stage dove suonano i Randy, ma non essendo troppo meritevoli di attenzione abbiamo colto la palla al balzo per goderci un po’ di relax, sicuramente meritato visto le varie corse tra un palco e l’altro. Quindi passiamo direttamente al Club con i Be Your Own Pet. Concerto ancora più divertente di quello dei White Rose Movement che poche ore prima avevano solcato lo stesso palco, probabilmente uno dei poghi più selvaggi della tre giorni belga, con tanto di cantante che a chiusura si lancia nel pubblico perdendo così vari accessori del suo abbigliamento!

Via poi veloci verso il Main Stage per guadagnare una buona posizione per l’imminente esibizione dei Raconteurs. Jack White e Brendan Benson si alternano al microfono, peccato che poco dopo l’inizio del loro concerto cominci subito a piovere… da segnalare il simpatico gesto di White che per solidarietà al pubblico si versa in testa una bottiglietta d’acqua! Il pubblico si infiamma soprattutto sul singolo “Steady As She Goes” ma la vera chicca è l’inaspettata cover di “Bang Bang” che lascia i presenti senza fiato tanto è sentita l’interpretazione. Si capisce perfettamente quanto sia sbagliato considerare The Raconteurs solo un side-project di membri di altre bands tale è la compattezza che li unisce.

Vuoi per la stanchezza dovuta al dormire quelle tre o quattro ore per notte, per i giornalieri viaggi in autobus per raggiungere Hasselt da Maastricht, per le forsennate corse per i prati del Pukkelpop, il concerto dei TV On The Radio purtroppo non ha avuto da parte mia l’attenzione che in realtà avrebbe meritato, per cui l’unica cosa che posso dire a riguardo è di non seguire il mio esempio perché sono davvero una gran band.

La seconda giornata si conclude ai piedi del Main Stage con l’esibizione dei Massive Attack: per un’ora sono riusciti a rapire le nostre menti ed a trasportarci in un’altra dimensione, quella sognante ed eterea della loro musica, accompagnati sul palco principalmente dalla suadente voce di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins. Non è esagerato dire che l’intero concerto è stato fortemente impressionante, nonostante ciò ancor più sopra le righe sono state “Karmakoma” e “Angel”, ma soprattutto è stata “Teardrop” a regalare delle emozioni indimenticabili.



3° Giorno [19 agosto 2006]



Nell’ultimo giorno della rassegna il grado di stanchezza era piuttosto elevato, nonostante tutto la tarda mattinata già vedeva le nostre orecchie tese verso il primo set, ovvero Joan As Police Woman: un inizio di giornata dolce e suadente, fatta eccezione per gli interventi sboccati tra un brano e l’altro della talentuosa artista, che fu compagna di Jeff Buckley e la cui musica ce lo fa percepire.

Ci spostiamo subito dopo verso il Marquee per assistere al concerto dei 65 Days Of Static che propongono un post-rock abbastanza immediato, risultando molto trascinanti e travolgenti. Certo non saranno all’altezza di altre bands che propongono lo stesso genere ma riescono a fare una grossa presa sull’ascoltatore.

Per i !!! ci spostiamo nelle retrovie per godere del concerto in ampia tranquillità, scelta che si è dimostrata del tutto sbagliata dato che la mia attenzione si è essenzialmente rivolta allo schivare gli svariati rifiuti spostati dal passante di turno verso la mia persona ed i miei effetti personali… se avessi avuto l’accortezza di acchiappare tutti i bicchieri di carta che invece ho tentato di evitare avrei vinto svariate mogliettine della Coca-Cola! Eh sì perché dovete sapere che al Pukkelpop ogni cinquanta bicchieri buttati che raccogli, vinci in omaggio una magliettina della Coca-Cola! Poco male tanto la mia taglia nelle magliettine in omaggio non era contemplata… Peccato anche per i !!! ma con l’affluenza del terzo giorno i palchi più piccoli hanno sofferto per cui ci spostiamo verso il Main Stage dove l’ambiente è più vivibile.

Purtroppo ne paga l’aspetto musicale perché ci troviamo costretti a sentire gli Him. Sì perché gli Him francamente se già si dimostrano una band abbastanza inutile su disco, nel live lo sono ancora di più: veder usare quelle chitarre dal suono decisamente metal per intonare riffettini pop fa rabbrividire e rabbrividiamo ancor più appena Ville Valo cerca di intonare le prime note, nonostante sia migliorato col tempo, la sua voce è ancor ben lungi dall’essere quella di un cantante.

Seguono sullo stesso palco gli Arctic Monkeys, una delle tante next big thing, che invece hanno sorpreso in positivo, certo è stato un concerto senza lode e senza infamia, ma ci si aspettava di peggio. Riescono a far presa sul pubblico scatenando un pogo piuttosto selvaggio soprattutto nelle prime file, però, sulle note di “When The Sun Goes Down” inizia un forte diluvio che se non scalfisce i fans più fedeli del gruppo, fa scappare via noi, che ci rifugiamo sotto il tendone del Marquee.

Qua attendiamo gli Yeah Yeah Yeahs. Anche loro, come i Dresden Dolls il giorno precedente, ci presentano un set più magro rispetto al concerto milanese di due mesi e mezzo fa, anzi addirittura per questioni di tempistica hanno dovuto accorciare quella che era la scaletta originaria, lasciando fuori “Date With The Night” che avrebbe dovuto concludere il loro show anziché “Y-Control”. Ancora una volta non si sono smentiti con l’esecuzione di “Maps”, brano estremamente toccante, soprattutto dal vivo.

Nel frattempo il temporale si placa, così riusciamo ad incamminarci di nuovo verso il Main Stage per assistere al concerto dei Placebo con un certo timore pre-gig a causa dei pareri contrastanti che da sempre si leggono su di loro, sulla loro musica, sui loro live. Ed invece dal vivo non deludono! Certo ci sarebbero da fare molti appunti sulla scelta delle scalette che vantano un’altissima percentuale di singoli e non propongono pezzi molto belli come “Bionic” o “Peeping Tom”, ma vedere un loro concerto è comunque un piacere: si fanno aiutare da turnisti certo ma quello che si sente su cd è quello che si sente anche live sia strumentalmente che localmente, non c’è niente di falsato, “Every You Every Me” è accattivante dal vivo quanto lo è nella versione studio, anzi è ancor più trascinante! Peccato che i maxi-schermi si siano dedicati essenzialmente a Brian, perché il vero personaggio-show in realtà è Stefan! Fortunatamente di tanto in tanto i cameramen si ricordano anche di lui, così persino gli spettatori lontani come me hanno potuto vederlo alla fine di "Nancy Boy" trascinare la chitarra per terra per tutto il palco e poi lanciarla via.

L’ultima grande perdita del Festival sono stati i Broken Social Scene, considerando anche il fatto che da adesso si prenderanno una pausa indefinita, ma si sa, la stanchezza fa brutti scherzi e a volte a seguire certi ritmi proprio non ci si fa, certo a distanza queste cose lasciano l’amaro in bocca.

E siamo così arrivati all'evento che chiude questa rassegna: i Daft Punk, che si presentano in tuta spaziale travestiti da robot in una piramide di luce. Francamente avrei abbandonato il campo, ma vedendo la folla danzante e saltellante mi sono fatta forza e ho rimandato il sospirato riposo. I giochi di luce mescolati alla loro musica sono davvero trascinanti, certo non si riesce a vedere niente di quello che fanno sul palco, né i due cercano alcuna interazione con il pubblico, ma lo show che ne risulta è decisamente coinvolgente: ci propone alcune delle loro hit più note come “Around The World” e “ One More Time” ineditamente remixate tra loro.



Così si concludono questi tre giorni paradisiaci e con un certo dispiacere lasciamo il campo e ci dirigiamo verso l’autobus che ci riporterà verso Maastricht a trascorrere l’ultima notte in queste meravigliose terre del Nord Europa, dove non siamo mai riusciti a fare un pasto decente, ma dove i Festival sanno come si fanno.


a cura di Cristina



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