Frozen Rock @ Marcon (VE)
14 luglio 2007
Marcon è una lontana e malcollegata frazione della provincia di Venezia. Piccola e immersa nella natura, tanto da ricordare la magica Wacken., si appresta a ospitare sotto un sole cocente questa prima edizione del
Frozen Rock Open Air. Il festival propone una ghiottissima bill determinata più dalla presenza di nomi altisonanti del panorama metal mondiale che non per l’improbabile commistione di generi musicali. Vero è anche che il bello dei festival consiste soprattutto in aspetti del genere e a questo proposito mi verrebbe da domandare se il pubblico italiano sarà mai disposto a capirlo. Probabilmente dovremo assistere ancora a lungo alle solite vessazioni rivolte, tanto per cambiare, a Cristina e i Lacuna Coil, come se la responsabilità di ritrovarsi a suonare assieme a bands molto diverse dal loro stile, come Entombed e Messhuggah, fosse una loro responsabilità.
Veniamo ora alla musica. Quella suonata. Annotiamo un ora di ritardo nell’apertura dei cancelli durante la quale abbiamo modo di assistere (a livello uditivo) al suond check dei Meshuggah. Mai un un antipasto fu sì gradito e potente. Quando manca ormai poco all’inizio del Festival noto con un po’ di rammarico che l’audience riservata agli opener, i nostrani Natron, è affidata ad uno sparuto gruppo di lungo criniti death metallers. Questi riserveranno come possono l’accoglienza più calorosa che riescano a conferire alla Band.
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L’esibizione nel complesso risulterà essere più che convincente. I
Natron non sono certo una band di primo pelo e si vede. Musicalmente parlando sono impeccabili e il loro death metal è assolutamente di alto livello. Unica pecca le presentazioni dei brani, scarse e timide. Il cantante,
Mike, è oltretutto l’unico a tenere veramente il palco mentre il resto del gruppo, pur suonando alla grande, non lascerò un gran che il segno in quanto a visibilità. A fine concerto il batterista, non si capisce ancora bene il perché, lancerà le bacchette verso i pochi fans annidati sulla transenna. Prima di essere raccolte finiranno sull’erba. È stata una scena un po’ triste.
Passano solo venti minuti prima che i
Disillusion, band alternativa non prettamente metal, calchino le assi del Frozen. Forti dell’ingresso della neo arrivata e grintosa
Alla Fedynitch al basso, i nostri sfoderano dei brani prevalentemente lenti e intensi, con delle basi registrate ad hoc che miracolosamente non finiscono con lo scandalizzare qualcuno. La qualità e l’attidine messe in campo consentono ai Disillusion di accaparrarsi le simpatie dei presenti, comprese quelle di chi è accorso per bands di ben altro genere. Così, mentre l’area del concerto inizia a riempirsi, il pubblico applaude con soddisfazione alla prestazione della band teutonica. Ancora sconosciuta ai più, ma destinata a tornare senz’altro dalle nostre parti così come sta già accadendo nel resto d’Europa.
Vieniamo ora agli
Schizo, forti dell’ottimo
“Cicatriz Black”, propongono un set fatto di brani recenti e passati, pescati anchedal repertorio più datato della band. Il cantante si presenta in passamontagna, camicia bianca e bretelle. È evidentemente pazzo e anche lui finirà col cedere al caldo spogliandosi quasi definitivamente. Aldilà delle considerazioni climatiche devo segnalare un concerto assolutamente sopra le righe.
Nicola Accurso, con o senza passamontagna, non si ferma un attimo e assieme al batterista dà vita ad un esibizione che ha dello psicopatico. Rabbia e follia a profusione per una prestazione che farebbe impallidire il più fanatico dei fan degli Slipknot. Il pubblico finalmente si fa sentire e la risposta è nettamente superiore rispetto a quella riservata ai loro predecessori. Pensare che il combo ha emesso i primi vagiti nel lontano 1984 è semplicemente roba da non credere. Grandi.
“Necro Schizofrenia” verrà accompagnata da un boato e intonata da molti mentre il cantante, tanto per aggiungere spettacolo allo spettacolo, si toglie il passamontagna rivelando il proprio volto ed enfatizzando il momento prettamente live. Finalmente il festival decolla. Gli Schizo salutano tra gli applausi e passa poco tempo, più o meno quello necessario ad attaccare sull’asta del microfono del chitarrista un pezzo di cartone ricavato da una cassa di birra, sul quale era segnata con ogni probabilità la scaletta del concerto, che è subito giunta l’ora dei grandi Entombed.
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Gli svedesi sono un istituzione del death metal. Autentici pionieri del genere non hanno bisogno che del loro nome per far impazzire i metallari di ogni specie. Il pubblico è inoltre propenso ad annaffiarsi di birra sotto il tendone che ricopre i tre quarti dello stage durante le pause e quando tutto è pronto ecco che accade quello che non mi aspettavo. I loschi e malconci personaggi che salgono sul palco, con magliette bucate e sguardo, indemoniato non hanno la minima intenzione di cullarsi sugli allori, splendenti della luce propria di cui brillano, e sfoderano così un live set a dir poco infuocato. C’è da restare sbalorditi nel vedere sul palco Lars petrov, singer dagli ormai pochi capelli, che oltre alla voce cattiva e impeccabile non fa che dimenarsi con un ghigno tra l’ebbro e lo psicotico che ha come risposta da parte del pubblico un pogo violento e sentito. Gli Entombed snocciolano brani che, accompagnati dalla partecipazione del pubblico, vengono estratti un po’ da tutta la discografia. Dal primo leggendario
“Left Hand Path” alle più recenti
“Full Of Hell” e
“Out Of Hand”. “Kingdom Coma” e
“Sinners Bleed” sono bombe incendiarie che devastano Marcon. Se ne vanno gli
Entombed e l’adrenalina è incredibilmente alta.
Tutto è pronto per i
Brutal Truth, quando sono quasi le 16:30 e il caldo inizia ad essere più sopportabile.
L’energia del grindcore del combo newyorkese non fa che portare avanti lungo note più estreme il discorso iniziato dagli Entombed. Il batterista
Rick Hoak possiede un carisma che non è dato avere a tutti, cosa che influirà molto e positivamente sulla prestazione complessiva.
Brent Mc Carty, piedi e petto nudi, sfodera una voce la cui brutalità vale da sola il prezzo del biglietto, se poi le note da intonare sono quelle di
“Kill Trend Suicide” o
“Good Bye Cruel World!” và ancora meglio. A fine esibizione lo stesso Brent scenderà tra i fedeli per scambiare qualche chiacchera e continuare a sbronzarsi, gesto compiuto con una tale disinvoltura da far riflettere su quello che dovrebbe essere lo spirito giusto dell’heavy metal. Certe band farebbero un favore a se stesse e agli altri se solo pressero apppunti da personaggi del genere.
Ecco che finalmente si entra nella fase calda del Frozen Rock. Arrivano i
My Dying Bride e il pubblico si spacca. Da una parte i fanatici del Gothic/Doom, con tanto di fanciulle dalla pelle candida accorse con tanto di pesantissimi abiti da cerimonia, e dall’altra i fan del Death metal estremo. Questi ultimi si limiteranno ad assistere allo show consumando in religioso silenzio le proprie birre e apprezzando, nel modo più corretto e rispettoso possibile, quella che è stata una grande esibizione. Un ottima band capace di rendere in pieno giorno le atmosfere cupe presenti in modo massiccio tra le note dei propri brani. Nubi gotiche pervadono le anime dell’intera audience. Promosse senza remore le escuzioni di brani come
“The Cry For The Mankind”, “She is The Dark”, “The Dreadful hour”, “Like Gods of The Sun” e della magnifica
“The For Ever People”. La carismatica quiete di
Aaron Stainthorpe è coinvolgente e diventa qualcosa di fatale quando progredisce verso momenti di grande pathos, generalmente eseguiti in growl.
Il crepuscolo pervade pian piano le pianure di Marcon, mentre si avvicina (si fa per dire) il momento dei nostrani
Lacuna Coil. Questi, dopo un sound-check più lungo del previsto, si presentano in forma smagliante e si rendono protagonisti di un ottima performance durante la quale hanno riproposto gran parte dell’ultimo album, l’ottimo Karmacode, di cui hanno trascurato ben poco, compresa purtroppo
“Within Me”. Comalies è stato ripreso attraverso brani divenuti ormai classici della band come
“Heaven‘s A Lie”,
“Swamped” e
“Unspoken” mentre l’ottimo Unleashed Memories è stato ricordato solo attraverso
“Senza Fine”, brano che ha fatto storcere più di un naso. Purtroppo, mi ritrovo a dover segnalare come gli apprezzameni arrivati alla band siano giunti per lo più da parte di ragazzine alla prima mestruazione ed emogay vari, tutto il resto dell’audience, accorsa qui per bands ben più pesanti ed estreme, hanno reagito in modo inadeguato e scorretto rispetto al contesto. Sebbene vada constatato che i
Lacuna Coil posseggano un attitudine, dei modi di dire e di fare ormai più adatti ad Mtv che non ad un contesto Metal, non mi sento di giustificare le urla e le invettive ingiustamente rivolte ai Lacuna. Questo diventa ancora più grave se si pensa che la più bersagliata è stata come al solito Cristina. I vari “P*****A” e i “Faccela Vedere..” non avevano nulla a che vedere con la musica e d’altra parte non si può certo fare una colpa a
Cristina Scabbia se la natura ha voluto che nascesse donna. Quindi, cari death metallers o chicchessia, la prossima volta che vorrete rivolgere dei complimenti del genere ad una donna, sappiate che risparmierete in quanto a fiato e dignità rivolgendovi innanzitutto a vostra madre. L’ignoranza non dev’essere peculiarità del metallaro, lasciamola piuttosto ai poveri Punkabbestia.
Nello scusarmi di questo sfogo vengo subito al momento clou della serata, quello degli headliner.
Gli svedesi
Meshuggah sono chiamati a risanare una situazione che si è un po’ raffreddata per motivi che vi ho spiegato. Una breve regolazione di volumi e eccoli entrare. Il pubblico è in delirio e loro rispondono dirompenti com’è dato di fare solo ai grandi. La precisione e la tecnica dei Meshuggah si fondono con la potenza dei loro brani. Un connubio devastante che avrà serie ripercussioni sulla salute delle ossa dei presenti.
“” e
“Rational Gaze” lasciano senza fiato così come gli altri estratti da Nothing :
“Stengah”, “Perpetual Black Second” e
“Straws…”. Il pubblico va in visibilio per
“Suffer In Truth”, suonata come degli dei in giornata, ed è apocalittico il riscontro che si ha per l’increbibile
“Future Break Machine”, che porta l’intero stage a ribaltarsi su se stesso. Purtroppo devo segnalare con non poco rammarico che la band si è concessa per appena un ora. Un vero peccato per un pubblico ancora non del tutto pago della musica dei Meshuggah e per un concerto che, se non fosse per questo piccolo particolare, sarebbe semplicemente da raccontare ai nipoti.
report a cura di Mario Dessalvi
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