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Live report Total Metal Fest


Total Metal Festival
Noicattaro (Bari)
15 settembre 2007



E così anche il Total Metal Festival ha chiuso i battenti ponendo fine a questa ricchissima Estate concertistica 2007 nel Sud Italia. Giunti alla sesta edizione, quest’anno i ragazzi della Vivo Management hanno osato un po’ di più riuscendo ad allestire per la prima volta una bill di livello internazionale contribuendo così, in maniera determinante, a confermare la Puglia come nuovo e importante punto di riferimento per il metal meridionale. Le premesse per un’ottima rassegna c’erano tutte, in primis grazie all’egregio lavoro svolto dall’organizzazione in materia di promozione, informazione e servizi offerti (bus organizzati, contest eccetera), non da meno la decisione di predisporre ben due palchi su cui si sono alternate band famose ed interessanti realtà locali e regionali che hanno avuto la possibilità di mettersi in mostra guadagnando un minimo di visibilità , e diciamo subito che queste premesse sono state quasi tutte rispettate. Dico quasi tutte perché qualche piccolo problema c’è stato, come del resto credo sia inevitabile in eventi di tale portata, dal colpevole ritardo nell’apertura cancelli, avvenuta circa due ore e mezza dopo rispetto all’orario ufficiale, ai fastidiosi e, ahimè, frequenti problemi dell’impianto acustico, passando per gli striminziti e non proprio soddisfacenti panini con carne e all’assenza di alternative per i vegetariani (di contro segnaliamo l’ottima qualità, oltre alla modicità dei prezzi, della birra mesciuta) fino a giungere a quella che, a mio avviso, è stata la più grave pecca dell’intero festival: il taglio di scaletta dei Rage! Sembrerebbe che il taglio sia imputabile alla mezz’ora di ritardi accumulata nel corso della giornata, anche se in giro circolano “rumors” su un presunto difetto di comunicazione con il fonico della band. A prescindere di chi sia la responsabilità, rimane il fatto che avere un headliner che suona per 50 minuti è inequivocabilmente una macchia nera che si posa su questa sesta edizione del TMF. Sia chiaro, i piccoli problemi di cui sopra vanno citati solo per dovere di cronaca e comunque non inficiano minimamente il risultato complessivo decisamente positivo di uno dei migliori festival del Sud Italia. Ripeto, l’unico grande neo di questa edizione risiede nella ridotta esibizione dei Rage, a cui si va ad abbinare il rammarico per un’affluenza ben al di sotto delle aspettative, peraltro problema ormai cronico per eventi metallosi nel meridione così come si è visto al S-Hammer, all’Agglutination e al Route to Hell.

Ed ora passiamo ad una disamina dettagliata dei gruppi che si sono alternati sui due palchi, palchi che erano posti l’uno di fianco all’altro permettendo quindi un facile spostamento del pubblico man mano che si procedeva con l’avvicendamento delle band. A ricoprire il non facile ruolo di apripista sul main stage sono i calabresi Near Death Experience, fautori di un thrash metal sperimentale con velate tinte prog; la prova della band è convincente, senza sbavature e il pubblico mostra di gradire malgrado un problema all’impianto acustico che costringe i ragazzi a suonare per circa 5-6 minuti col suono in uscita dalle sole spie. Vengono proposti tre nuovi brani, “Speed”, “Materia” e “Animatronic” oltre a “Piantherapy” tratta dal primo full-lenght “Threshold of Consciousness”. Già con questa setlist i NDE potrebbero superare l’esame a pieni voti, ciononostante ci riserbano un gran finale cimentandosi con una cover dei Testament, “Low”, brano che viene eseguito egregiamente e che suscita la ovvia reazione positiva del pubblico chiudendo così in bellezza l’esibizione del gruppo. Bravi!

Nemmeno un minuto di attesa ed è la volta dei The Sovran aprire il programma del palco secondario. Questi tarantini sono una delle migliori band dell’underground metallico che io abbia avuto il piacere di scoprire e sentire live negli ultimi tempi. Hard rock adrenalinico e potente, chiara ispirazione a Lemmy e soci, tant’è che vengono grossolanamente definiti come i figli pugliesi dei Motorhead, ma non per questo scontati e/o prevedibili. Hanno il merito di dare la prima scossa al TMF grazie ad una buona presenza scenica ma soprattutto al preciso e martellante lavoro di Rudy (la cassa è una mazzata al petto) dietro le pelli e alla voce rauca e grintosa di Anthon. La setlist ruota attorno ai brani presenti nel promo del 2006 “City Kills”, tutti ugualmente gradevoli e coinvolgenti, in particolar modo “Bones” e “Stand”, senza dimenticare “Hooligans”, “Lights” e “Taras Under Siege”. Così come il gruppo precedente, i The Sovran chiudono alla grande assalendo il pubblico con “Ace of Spades” dei Motorhead, giusto tributo che la band celebra ai propri padri musicali. E’ una goduria sorseggiare qualche birra e gustarsi l’hard rock motociclistico di questa gruppo, e francamente, alla luce di quanto visto e di qualche gruppo che seguirà, mi stupisce la loro posizione nella bill e ancora di più mi stupisce il fatto che questi ragazzi non abbiano ancora trovato un’etichetta che li metta sotto contratto. Tenete d’occhio questa band!

Arriviamo così alla prima nota stonata del festival: i Necrotorture! Piccola premessa: non sono mai stato un amante del brutal grind gore più estremo, quindi ci tengo a precisare che il mio è solo un parere soggettivo dettato dalle considerazioni in merito all’esibizione della band. Dunque, cosa dire? Inutile tentare di distinguere i brani, l’impresa è troppo improba, 25 minuti di guazzabuglio sonoro e vocione gutturale senza soluzioni di continuità potranno fare la gioia dei feticisti del genere, ma sicuramente lasceranno indifferenti il resto dei fruitori desiderosi di passare immantinente ad altro. E allora accade che buona parte del pubblico, a parte gli aficionados, decida di sfruttare il tempo riservato alla band per rifocillarsi in prossimità degli stand. Eppure dispiace esprimere un giudizio così negativo sull’operato live di questi ragazzi anche in considerazione del fatto che i brani in studio non mi dispiacevano affatto.

Con i Deliria si ritorna sul palco secondario e si cambia decisamente marcia. Un bel thrash anni 80 che non disdegna sconfinamenti su terreni heavy o lievemente prog. L’ispirazione a band quali Metallica, Megadeth e Testament è evidente sin dal primo brano, “Fuck the Garda”, tratto, così come “Blind”, dal full-lenght “Calling From The Abyss” uscito giusto un anno fa. Anche qui vale lo stesso discorso fatto per i The Sovran, ottima presenza scenica e indubbia preparazione tecnica del quintetto con menzione particolare per il vocalist Orion, voce ad hoc per il genere proposto. I Deliria si guadagnano la mia stima eterna nel momento in cui annunciano la monumentale “Holy Wars…the Punishment Due” (cover Megadeth) riuscendo nella per nulla facile impresa di eseguirla correttamente indovinando gli stacchi giusti e non massacrando l’assolo come troppo spesso mi è capitato di sentire in band alle prime armi. Peccato solo per la piccola defaiance dell’impianto, così come accorso per i Near Death Experience, durante “Ethereal Warrior”, parte della quale udibile solo attraverso le spie. Poco importa, la prova dei baresi si è rivelata decisamente positiva.

Si prosegue con un’altra band barese: Backjumper. A metà strada tra hardcore, crossover e nu-metal la band sfodera una prestazione indubbiamente coinvolgente e sopra le righe, al di là di quelli che possono essere i gusti personali. Con all’attivo un full-lenght, “Alter Ego”, e un recente promo, “Trust No1”, il gruppo esegue sette brani alternando un proprio repertorio composto da “Last Boreal Aurora”, “Portrait Of The Nothing”, “Unsafe”, “Subject Denied” e “Life Sponsored By”, ad un paio di ottime cover diverse nel genere ma unite dal medesimo entusiasmo con cui vengono accolte dal pubblico, mi riferisco a “Digging the Grave” dei Faith No More e “Down for Life” dei Testament, quest’ultima eseguita con la partecipazione di Orion, singer dei Deliria. Curioso, inoltre, il “wall of death” (per chi ne ignorasse il significato basta cliccare testuale su YouTube per scoprire di cosa si tratta) che si scatena in prossimità delle transenne, altro punto a favore dei Backjumper e ulteriore conferma della validità della loro proposta musicale. E’ interessante notare quanto sia ricco e variegato il sottobosco dell’underground pugliese, un eterogeneo insieme di band valide e dal futuro più che promettente.

Dopo una pausa di circa venti minuti dovuta al forfait degli Illogicist è il turno di un’altra validissima band pugliese, i Godyva. Un gothic metal introspettivo e raffinato è il biglietto da visita presentato dall’act barese guidato dall’ottima voce di Lady Godyva. Di primo acchito si potrebbe cadere nella fallace considerazione di trovarsi di fronte alla solita band goth con voce femminile e songwriting ordinario e invece no, la proposta musicale del gruppo è più che intrigante, gradevole e priva dei banali cliché che troppo spesso inficiano il genere. Dopo un breve intro vengono eseguiti tre brani, “Dreams of a Child”, “Lovable Sin” e “Cold”, tratti dal primo full-length della band, “In Good and Evil”, per poi lasciare la chiusura ad un pezzo inedito, “The Ark”, che sarà parte integrante del nuovo disco della band. “Lovable Sin” è probabilmente il punto più alto dell’intera setlist, una perfetta sincronia tra i tappeti tastieristici, le chitarre graffianti al punto giusto e la voce duttile e a tratti operistica di Lady Godyva, senza nulla togliere, ovviamente, agli altri brani. Già mi immagino le riflessioni dei soliti metallari duri e puri sull’opportunità di piazzare una band gothic in un contesto del genere, riflessioni che cadono subito nel vuoto quando la band in questione merita e produce imbarazzanti paragoni con altre formazioni presenti al festival. Peccato solo per il taglio di un brano in scaletta imposto dall’organizzazione causa recupero dei ritardi accumulati nel corso della giornata, ma poco importa, resta comunque il fatto di aver scoperto una band al di sopra della media.

Dopo l’ottima prova dei Godyva si ritorna con i piedi per terra con la noiosissima esibizione dell’ensemble pugliese Cruentus. Dispiace dirlo, ma la band, recentemente riunitasi (2003) con la formazione originale con la quale aveva inciso il suo primo e unico disco, “In Myself”, non mi convince per nulla, si dimostra farraginosa, sterile e scontata. Non basta fare casino e impostare un live sulla modalità “spacco tutto” e “mi sbatto come un pazzo” (il frontman Nicola Bavaro ne è un chiaro esempio) per ottenere consensi da pubblico e critica. Tra l’altro la definizione di metal sperimentale che viene attribuita al gruppo ben si concilia con la loro performance, se per metal sperimentale intendiamo accozzaglia di suoni e brani sconclusionati. La tecnica e l’esperienza ci sono e attribuisco alla band anche un buon impatto iniziale, scemato il quale però prende il sopravvento una prolissità disarmante resa ancora più evidente dalle ottime prove di alcuni gruppi che si sono esibiti precedentemente e allora i trenta minuti dei Cruentus scorrono via lentamente senza acuti o particolari degni di nota.

Finalmente riesco a gustarmi i deathsters Golem dopo essermeli persi all’Agglutination grazie alla mai troppo insultata autostrada A3, la famosa Salerno-Reggio Calabria per intenderci. E l’attesa è stata pienamente ripagata con un concerto dirompente e avvincente già dalle prime note di “Black Era”, brano tratto dall’omonimo disco, così come la potente e melodica “Ever Been to Hell” preceduta da “Murder God”. Il pubblica sembra gradire e lo “comunica” alla band scatenando un pogo selvaggio in prossimità delle prime file, soprattutto quando viene eseguita la cover degli In Flames, “Only for the Weak”, che chiude la setlist. In precedenza viene anche dato spazio al disco che verrà presentando ben due nuove songs, “End of Days” e “One Bullet Left”, anch’esse intrise di quel death aggressivo e melodico condito da qualche canonico riff di stampo thrash che contraddistinguono il sound dei Golem. I poco meno di trenta minuti riservati alla loro esibizione volano via velocemente e senza intoppi, giusto il tempo per dare la possibilità al gruppo di dimostrare il suo valore soprattutto per quanto riguarda l’aspetto della preparazione tecnica e della coesione tra i suoi componenti. In definitiva, una piacevole conferma delle già buone impressioni destate su disco.

Altra band molto attesa erano i toscani Coram Lethe, già autori di un’ottima prova al recente S-Hammer Metal Fest. Qui faccio una piccola premessa: francamente mi sfuggono i motivi per cui un gruppo già affermato e non più catalogabile nel generico insieme dell’underground metallico come i Coram Lethe sia stato dirottato sul palco secondario. Aggiungiamoci pure che i suoni durante la loro esibizione erano, come dire, poco calibrati e per nulla limpidi ed ecco che si penalizza, in parte, la prova di una formazione di alto livello. Nondimeno il concerto di questi ragazzi è stato pirotecnico e devastante come al solito, una vera mannaia sonora, e non solo per l’acustica approssimativa, abbattutasi sugli spettatori grazie a brani ormai collaudati in ambito live. La voce di Erica Puddu è sempre impressionante, non ci si abitua mai, e brani come “Shout of Cowards”, “Pain Therapy for a Praying Man” e “Dying Water Walk with Us” destano sempre un certo scalpore per l’insita carica energetica di cui si fanno portatori. La dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che anche una voce femminile può cimentarsi con la sfida di un death roccioso e senza compromessi, ovviamente senza dimenticare gli altri componenti della band ormai affiatatissimi dopo l’enorme esperienza accumulata in anni di concerti sull’intero suolo italico.

E così si giunge al primo grosso nome di questa sesta edizione del TMF: Vision Divine! Alfieri del power metal italiano e forti di un consenso internazionale in rapida ascesa, i VD aprono il concerto presentandoci, come era ovvio che fosse, i brani del recente quinto capitolo in studio “The 25th Hour”. Si parte quindi con la title track “The 25th Hour” seguita da “Out of a Distant Night (Voices)” e “Alpha & Omega” e già si intuisce l’andazzo perfetto che caratterizza l’esibizione di Michele Luppi e soci. A proposito di Michele Luppi, grande vocalist, sempre padrone della situazione e simpatico nello scherzare col pubblico e con i suoi compagni ("ed ora un applauso al nostro Olaffio Thorsen, che stasera fa l'ultimo concerto con la sua chitarra... perchè finalmente ne ha ordinata una nuova!") per poi ritornare concentratissimo nelle parti vocali più impegnative. La setlist spazia nella produzione recente della band così che, dopo il trittico iniziale di songs tratte dall’ultimo lavoro, vengono proposte “The Secret of Life” e “Colours of My World” da “Stream of Consciousness” e “The Perfect Machine” e “1st Day of a Never Ending Day” da “The Perfect Machine” appunto. C’è spazio anche per “Eyes of a Child”, sempre tratta da “The 25th Hour”, mentre il gran finale viene affidato a “La Vita Fugge”, superba per la velocità ma soprattutto per gli incredibili acuti vocali del frontman. Inutile dire che i suoni sono perfetti, gli assoli di Thorsen precisi e puliti e la resa live dei brani, di non facile esecuzione dal vivo soprattutto per gli sforzi richiesti all’ugola d’oro del buon Luppi, non sfigura rispetto alla già ottima riuscita su disco. Possono piacere o no, ma è innegabile il fatto che siano dei professionisti del metallo oltre che persone cordiali e gentili come certamente i presenti avranno avuto modo di appurare durante il “meet and greet” allo stand apposito.

E dopo i Vision Divine venne la sofferenza! Non me ne vogliano i fans dei romani The Orange Man Theory, ma sorbirsi questo gruppo metalcore per trenta lunghissimi minuti, per giunta dopo un’esibizione maiuscola come quella di Thorsen e soci, è stata veramente una faticaccia. Chiariamoci, saranno pure bravi nel loro genere, avranno anche un curriculum di tutto rispetto, con tanto di tour mondiale in America ed Europa, il loro disco sarà anche stato prodotto da un certo Steve Austin (Lamb of God, Converge), ma potranno far impazzire sciami di ragazzini pronti ad idolatrare l’ennesima band metalcore fotocopia, non certo chi sguazza nel metallo da più di una decade, eccezioni a parte ovviamente. E non si pensi che la mia sia una critica a priori del genere offuscata dai pregiudizi, chi lo sta facendo si vada a leggere il report sul Gods of Metal 2007 alla voce Korn, ma brani come “Merendina Will Have His Revenge on Capeside”, “Orketto”, “Vampires in the Sun (Surfin’ Transylvania)” e “Riding a cannibal horse from here to Clinton, MA” sono risultati ripetitivi e confusionari in sede live. Ora mi sono incuriosito e quindi non mi resta che procurarmi il loro disco e valutare se le sensazioni provate al concerto, e cioè una brodaglia di hardcore/metalcore/nu-metal caciaresco, siano le stesse di quelle successive all’ascolto su cd.

Si cambia decisamente registro con i blacksters svedesi Dark Funeral. Riuscire a portare al Sud uno dei gruppi più influenti della scena black nell’ultimo decennio è un gran merito di cui ne va dato atto all’organizzazione. Tra l’altro gli svedesoni sono molto apprezzati dai fans anche per aspetti che esulano un po’ dal semplice aspetto musicale, mi riferisco per esempio alla loro professionalità scevra da quelli che possono essere atteggiamenti poser o da rock star o peggio ancora da stupidi cliché da true black metaller. Sta di fatto che già nel primo pomeriggio troviamo il cordialissimo frontman Caligula disponibile ad accogliere le incessanti richieste di foto e autografi da parte dei presenti e balza subito alla mente il paragone con altri personaggi bislacchi ridicolmente schiavi dell’immagine che si sono creati (ogni riferimento al comportamento di Nergal dei Behemoth al Routo to Hell è puramente volontario). Ritornando a ciò che conta sul serio e cioè alla musica, noto con disappunto che già dal primo brano, “King Antichrist”, c’è qualche problema a due spie in uscita piazzate davanti al palco con suoni che vanno e vengono, la qual cosa si ripete anche per i due pezzi successivi e cioè “Diabolis Interim” e “The Arrival Of Satan's Empire”. Risoltisi, finalmente, i problemi all’impianto, posso cominciare a gustarmi seriamente lo sfoggio di tecnica degli scandinavi, i quali eseguono quasi senza soste le varie “Open The Gates”, “Vobiscum Satanas”, “666 Voices Inside”, “The Secrets Of The Black Arts”, “Attera Totus Sanctus” e “Hail Murder”. Approfitto della breve pausa prima del gran finale per recarmi sul palco alle spalle del drummer Dominator (Nils Fjellström) e ammirarne il disarmante binomio potenza e tecnica durante gli ultimi due brani in scaletta, “Atrum Regina” e “An Apprentice Of Satan”. Non c’è null’altro da aggiungere, incontaminato black metal privo di compromessi.

Terminata l’esibizione dei blacksters svedesi c’è spazio anche per un sexy show con la performance di una procace donzella che tiene in scacco, per circa trenta i minuti, il pubblico metalloso al ritmo di movenze sinuose accompagnate da musica rigorosamente tamarra. E qui c’è da fare una considerazione, o meglio porre un quesito agli organizzatori: difetto di comunicazione o no con il fonico dei Rage, non era logico oltre che opportuno tagliare un po’ di tempo alla donzella per riservarlo agli headliner del festival visto che si viaggiava sui 25-30 minuti e passa di ritardo? Va bene il sexy show, ci sta pure in un contesto del genere, ma io mi metto nei panni di chi è venuto al concerto esclusivamente per i Rage e se li ritrova giù dal palco dopo soli 50 minuti e ben quattro pezzi depennati dalla scaletta. Davvero un peccato alla luce di una giornata tutto sommato più che positiva sotto tutti i punti di vista.

I Rage sono la storia del classic/heavy di derivazione teutonica. Quasi un quarto di secolo di carriera sulle spalle, ben 17 album in studio più altrettanti tra DVD, Ep, Best of e live, sono solo cifre che però possono fornire una prima idea sul valore di una band capace di riscuotere consensi e attestati di stima anche da chi non apprezzi il genere da loro proposto. Si presentano sul palco intorno alle 23:05, minuto più minuto meno, sulle note di “Great Old Ones” e subito il pubblico risponde canticchiandone insieme a Peter "Peavy" Wagner il refrain catchy così come per le successive “Paint The Devil On The Wall” e “Soul Survivor”. Fortunatamente non si ripetono i problemi di acustica sorti durante la setlist dei Dark Funeral e il terzetto può dare ampia dimostrazione di abilità tecniche e affiatamento nel suonare sia classici più datati, “Black in Mind” e “Refuge”, sia brani tratti dalla produzione più recente, “Down” e “War of Worlds”. Purtroppo il tempo stringe, l’orario critico di mezzanotte si avvicina velocemente e la band è costretta a chiudere in fretta e furia con l’anthemica “Higher Than The Sky”, il cui celebre ritornello, probabilmente uno dei più riusciti e coinvolgenti dell’intera scuola di heavy metal classico, viene ripetutamente intonato dal pubblico dietro assist ad hoc servitigli dal frontman. Grande prestazione, ma anche grande rammarico per il taglio dei quattro pezzi presenti in scaletta che potevano contribuire a rendere più appagante un’esibizione già di per sé convincente dal punto di vista meramente tecnico.

Si spengono così i riflettori e cala il sipario sul TMF 2007. Molte luci, poche ombre, un’unica certezza: il festival è ormai una realtà consolidata nel panorama metal del Sud Italia e la bill di quest’anno ne è una dimostrazione lampante. Un grosso in bocca al lupo ai ragazzi dello staff per il lavoro che li attende per l’edizione 2008 e appuntamento all’anno prossimo.


Report e foto a cura di Myskin


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