Alessio Menconi, maschio, 37 anni, genovese, chitarrista: jazz-gioiellino nazionale di cui possiamo tranquillamente bullarci nel resto del jazz-mondo.
Vanta collaborazioni da fare invidia: dagli italiani Paolo Conte, Faso e Christian Meyer col Trio Bobo, Enrico Rava e altri noti jazzisti italioti, …a musicisti di fama internazionale come Billy Cobham, Danny Gottlieb, Marcio Montarroyos, Gary Bartz …
Godetevi queste quattro amichevoli chiacchiere con Alessio, scoprite cosa frulla nell’anima di un talentuoso musicista e incuriositevi della sua storia…buona lettura!
Ciao Alessio, partiamo…dall’inizio! Raccontaci il tuo primissimo approccio alla musica! Io mi sono avvicinato alla musica grazie a mio padre, che suonava il basso e cantava nelle orchestre da ballo, nei night e prima ancora (sul finire degli anni 60) suonava in gruppi beat. Avendo in casa qualche strumento musicale e soprattutto un sacco di dischi, è stato facile per me ascoltare e poi anche infatuarmi di un certo tipo di musica..ho iniziato ascoltando rock anni 60/70, poi sono passato al blues…e infine sono sbarcato al jazz, appassionandomi all’inizio soprattutto di un tale Wes Montgomery…
Da poco più che ragazzino ti guadagni il pane facendo il chitarrista…che lavoro pensi avrebbe fatto per te se non fossi diventato un chitarrista?
Sì, in effetti ho sempre e solo fatto il chitarrista, e ritengo una gran fortuna riuscire a guadagnarsi da vivere facendo proprio quel che appassiona. Verso i 16, 17 anni ho deciso di lasciare la scuola perché sentivo di dover dedicare tutte le mie energie alla musica, e con tanta dedizione ho iniziato a fare di questa passione un lavoro… Non saprei proprio dire cos’altro avrei potuto fare, forse avrei studiato psicologia…ai tempi della scuola mi piaceva…
La tua prima volta dal vivo te la ricordi? Certo che sì, anche se i ricordi sono un po’ nebulosi…ero un ragazzino, facevamo rock e gli altri componenti della band erano un po’ preoccupati perché mi vedevano barcollante…infatti mi ero dato coraggio con una birretta in più…ma poi per fortuna è andato tutto bene!
Dopo anni di musica e soprattutto di esibizioni live, l’ansia riesce ancora a colpire prima di salire sul palco? C’è sempre l’emozione, e non manca nemmeno l’ansia…ma col tempo si impara a canalizzare l’ansia e a trasformarla in energia positiva, il che permette di godere appieno dei momenti in cui si suona dal vivo e di trasmettere questa positività al pubblico attraverso la musica.
Parlando sempre di live, raccontaci da un lato la più grossa figuraccia, dall’altro la più grande soddisfazione.. Guarda, così su due piedi non mi viene in mente una gran figuraccia live…eh eh…capita a tutti qualche errorino, ma per fortuna non penso di essere mai incorso in situazioni veramente imbarazzanti… Per quanto riguarda la più bella soddisfazione dal vivo…sicuramente suonare con Billy Cobham!
Ogni chitarrista ha il proprio timbro, il proprio tocco…come ci si costruisce un proprio stile, una “voce” personale? Crearsi uno stile proprio è una delle cose più difficili per un musicista. All’inizio giustamente ognuno ha i suoi modelli musicali, musicisti ai quali ispirarsi, che inizialmente si cerca di imitare, e che comunque è necessario ascoltare per imbastirsi un’appropriata conoscenza musicale. Ma il più presto possibile è però anche indispensabile staccarsi da questi modelli. Per esempio io ho passato interi anni a studiare a trascrivermi assoli di chitarristi jazz, dai 16 ai 22 anni mi sono dato parecchio da fare in questo senso…poi pian piano ho cercato d crearmi un mio stile, e soprattutto negli ultimi 5 o 6 anni sto cercando di non pensare a nessuno quando suono o compongo, cerco di andare per la mia strada e di fare la musica che mi piace.
A chi ti sei ispirato all’inizio della tua carriera?
Agli albori ai Beatles e ad altri gruppi rock inglesi tipo Led Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd…a Jimi Hendrix e inoltre ascoltavo molto blues. Poi da lì mi sono avvicinato al jazz rock attraverso i Weather Report e altri gruppi degli anni 70, e sono rimasto subito affascinato dall’improvvisazione, da quello che usciva un po’ dalla classica pentatonica rock e ho voluto approfondire spaziando al jazz, dagli anni 40 in poi.
E secondo te quali sono i musicisti che ogni giovane chitarrista dovrebbe conoscere oggi? Parlando di jazz consiglierei sicuramente i capiscuola, che cronologicamente sono Charlie Christian, Django Reinhardt, Wes Montgomery, George Benson, Jim Hall. Poi io sono molto legato alle sonorità blues, dunque citerei Albert King, Buddy Guy, ma anche Clapton coi Cream e naturalmente Hendrix. Questi chitarristi sono quelli che reputo essenziali e forse possono anche bastare. Ma un chitarrista non deve assolutamente ascoltare solo chitarristi; deve sentire molti strumenti a fiato, pianisti…tutti coloro che hanno dato un loro contributo ad arricchire e far progredire la musica sono importanti e vanno conosciuti.
Spiega ad un profano cosa vuol dire improvvisare, concetto fondamentale per un jazzista.. L’improvvisazione è un linguaggio; quando impariamo una lingua la studiamo e poi col tempo iniziamo a parlarla in maniera naturale, spontanea, dicendo quello che vogliamo, e soprattutto riuscendo ormai a parlare senza pensare più a mettere le parole una dopo l’altra… e il tutto avviene in modo naturale senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Lo stesso per l’improvvisazione musicale; ovviamente a monte deve esserci uno studio preciso della musica, è necessario comprendere la logica delle frasi, degli assoli sugli accordi e sui tempi, studiando nota per nota piccole frasi, passando per una fase di imitazione (inevitabile) e ragionando e comprendendo l’armonia.
Toglici qualche piccola curiosità a raffica:
1- il disco più bello che hai in casa? “Kind of blue” di Miles Davis, che ho avuto anche la fortuna di vedere dal vivo una sola preziosa volte…fantastico..
2- dai nomi alle tue chitarre?
No, non do nessun nome particolare alle mie chitarre.
3- mai scritto un brano d’amore per una donzella? No, mai fatto…anche se inconsciamente sarò stato certamente ispirato in tal senso, dato che quando suoni ci metti sempre dentro quello che sei, quello che vivi..
4- il posto più bello del mondo? Tra i luoghi che ho potuto visitare grazie alla musica mi è piaciuto il Brasile, uno stato grande come l’Europa e di cui ho visto molto poco in realtà, ma mi ha colpito molto la natura.
5- il tuo brano di cui sei più orgoglioso? “Samuel”, il brano che ho dedicato a mio figlio e che uscirà nel mio prossimo cd…credo sia un pezzo ben riuscito…
Come sei come insegnante? Cosa apprezzi nei tuoi allievi? Pensi che esista il talento?
Cerco di insegnare quello che a mio tempo ho appreso da solo,da autodidatta. Il talento certo che esiste, lo scorgo spesso nei miei allievi, alcuni sono più portati di altri e hanno una capacità di apprendimento più veloce. Poi non tutti riescono ad emergere come chitarristi, perché magari fanno delle scelte di vita o lavorative che li portano a non spendere tutte le loro energie nella musica, ma forse se si fossero dedicati a tempo pieno a suonare sarebbero diventati bravissimi.
Cosa ricevi dalla musica? Cosa ricevi tu dalla vita? La musica è parte integrante di me…quando uno suona è un musicista, e lo è anche quando non suona; la musica è sempre con me, a prescindere da come vada la vita, da come ti vadano le cose.
Ultima domanda! Progetti futuri? Dacci delle anticipazioni! Stiamo mettendo su un po’ di pezzi nuovi con Faso e Christian Meyer col Trio Bobo, per un nuovo disco che spero inizieremo a registrare la primavera prossima. Inoltre abbiamo appena registrato un disco col mio trio, cioè con Stefano Bagnoli e Riccardo Fioravanti, disco che uscirà in primavera; e ho in uscita un disco in duo, con Francesco Buzzurro, un chitarrista classico siciliano molto bravo, con cui facciamo cose a metà tra il jazz, l’etnico, latino, con due chitarre acustiche.
Grazie Alessio, per la tua disponibilità e per aver resistito a questa lunghissima intervista!! Grazie a voi, ciao!!
A cura di Gioia Molinari
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