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Intervista Christian Meyer


Intervista Christian Meyer

Dunque, chi frequenta questo sito non può non conoscere gli Elio e Le Storie Tese!
Christian Meyer (non servirebbe nemmeno ricordarvelo, lo sapete tutti, vero??) è il loro batterista. Ma è anche un grande batterista, impegnato su più fronti, con una sfilza di collaborazioni nazionali e non sulle spalle, conosciuto e amato da tanti per la sua bravura, ma anche per la sua simpatia e gentilezza. Sentiamo cosa ci ha raccontato dopo un’intera giornata di seminari alla scuola di musica “The Groove Factory” di Udine, nuova e moderna music academy presso la quale Christian tiene periodicamente degli interessanti e richiestissimi masterclass di batteria…

Ciao Christian!! Ne vieni da un’intera giornata di lezioni, ti va di spiegarci in cosa consistono i tuoi seminari?
Ma certo! Allora, questi seminari consistono sostanzialmente nel trasferire le mie esperienze, tutte le esperienze che ho vissuto come musicista, ai giovani delle nuove generazioni, perché penso che sia anche un mio compito. Mi sento una via di mezzo tra le generazioni, non faccio parte delle vecchie, ma non faccio nemmeno parte delle nuove; sono insomma una via di mezzo e credo sia ormai il momento di poter trasferire il frutto delle mie esperienze, informare le nuove leve, i nuovi giovani, i nuovi batteristi, che ce ne sono tanti, ve l’assicuro, volenterosi e bravi!
Oggi per esempio qui in questa scuola ho avuto la possibilità di sentire dei ragazzi fantastici devo dire, preparati soprattutto! Ed è stato bello per me poter far loro presenti gli errori da evitare, mettere a disposizione le esperienze di vita sui palchi di quasi 30 anni di musica dal vivo e cercare di trasferire tutto questo prezioso bagaglio a livello didattico, offrendo le mie competenze, che possono essere anche limitate nel senso che non mi sento un professionista didatta; mi sento un batterista che fa questa professione suonando e che, avendo anche studiato parecchio a suo tempo, ha delle nozioni didattiche da trasferire. Con ciò non voglio dire di essere in grado di prendere un ragazzo e portarlo da zero alla professione perfettamente, a 360 gradi!
Ecco perché faccio dei seminari; sono degli incontri, delle macchie di colori, dei momenti in cui io offro degli input secondo me importanti, come se fossero dei principi fondamentali per suonare bene questo strumento e inserirlo nella musica.

Però non ti sei sempre “limitato” ai seminari, anni fa insegnavi, vero?
Sì insegnavo, ma molti anni fa, forse parliamo addirittura di 10 anni fa. Ho iniziato a insegnare al CPM (Centro Professione Musica) a Milano, e l’ho fatto con entusiasmo; mi piaceva anche cercare di capire quanto sarei stato in grado di gestire le lezioni, avevo voglia di mettermi alla prova! D’altronde l’insegnamento fa parte dell’essere musicista: sai suonare, provi ad insegnare se te lo propongono. Ed ero più giovane, lavoravo di meno e soprattutto avevo più tempo e bisogno di guadagnare… dunque quando ti propongono di fare l’insegnante, lo vai a fare subito, e di gran corsa! Con gli anni poi ho iniziato a prendere un giro musicale più impegnativo e ho dovuto purtroppo smettere con l’insegnamento a tempo pieno, per forza.

E com’è il rapporto con i tuoi allievi?
A me piace molto stare con i ragazzi, scambiarci informazioni; ricevo tanto, è un bel momento devo dire quello dell’insegnamento e mi dispiace di non potermici dedicare più.
Ho smesso anche le lezioni private purtroppo, sempre per mancanza di tempo, tengo solamente questi seminari. Quindi non riesco ad avere una situazione continuativa con i ragazzi, non riesco a fare amicizia perché ci possiamo vedere due, al massimo tre volte; non è l’allievo che viene tutte le volte a casa tua col quale a un certo punto nasce veramente un’amicizia, al punto che arriva a lezione col salame, ci mangi il salame insieme e te la racconti su!
Al CPM mi ricordo avevo in classe i siciliani che venivano su con le paste fin da Catania, facevamo dei gran festini alle lezioni, ci siamo divertiti tanto!

Facciamo un passo indietro: la tua passione per la batteria com’è nata?
E’ nata come nascono spesso le passioni, cioè da input esterni, che ti vengono dagli altri. Nel mio caso ho avuto la fortuna di avere il papà che suonava a livello amatoriale in una jazz band negli anni 50, 60; quando sono nato io (nel ’63) lui suonava ancora un pochettino e mi portava da piccolo a sentire i suoi concerti.
Da bambino non me ne fregava niente della musica, non capivo molto ovviamente; ma mi piaceva vedere la gente sul palco, gli strumenti luccicanti.. Giocavo tra i tavoli del locale in cui lui suonava, ma allo stesso tempo memorizzavo, incameravo.
L’input lo ricevi senza saperlo a volte, e poi questa cosa lavora dentro di te a livello inconscio, perché a un certo punto arrivi a casa e vuoi imitare qualche strumentista; fai il finto imitatore di un batterista e ti costruisci la tua batteria senza renderti conto che hai voglia di farlo proprio per imitazione. Ho iniziato poi ad ascoltare i parecchi dischi che avevo in casa, il batterista del gruppo mi ha regalato le bacchette, figurati che felicità!
Da lì è partito tutto il mio mondo! Dai 5 fino agli 8, 9 anni ho giocato “a batteria”, poi mi hanno finalmente regalato la mia prima batteria mezza scassata e verso gli 11 anni ho chiesto di andare a lezione..non so come ho fatto a chiedere una roba del genere! Però avevo la sensazione di voler migliorare, di capirci di più, così ho iniziato a seguire le lezioni del mio maestro Enrico Lucchini.
All’epoca le informazioni musicali scarseggiavano, non come oggi! Parliamo dei primi anni 70, e in tv non ne vedevi spesso di batteristi; quando c’era il passaggio di una band che suonava in televisione era una roba da “Mamma mia, che pomeriggio che è stato!”.

Caspita, ma di che epoca parliamo?? Sei così vecchio? Non sembra..
Sono vecchio, sì.. (ride) ..ne ho quasi 45.. Ah non li dimostro? Bene, bene! Beh, forse mi aiuta il fatto di stare a contatto con i musicisti: nell’ambiente musicale c’è un tipo di vitalità che ti apre la testa. Tra i musicisti trovi delle belle persone, aperte, colte, che hanno la passione per la musica, ma coltivano anche altre passioni, e forti!
Magari conosci qualcuno che impazzisce per certi tipi di lettura, di libri che poi ti consiglia per un viaggio di ritorno dalla suonata. Tutto ciò ti tiene sveglio, e anche giovane di testa, perché non sei costretto a rimanere fermo in un ambiente chiuso.

Ma anche tuo padre suonava il tuo stesso strumento?
No, lui suonava la tromba, ma la batteria è lo strumento che mi ha sempre catturato di più, anche visivamente: lo trovo uno strumento molto bello e mi piace ancora adesso quando lo guardo, dico “Cacchio, che bello!”. E’ come vedere veramente un’opera d’arte per me, una batteria luccicante sul palco mi dà sempre quel tipo di emozione frizzante.

Hai sempre e solo fatto il musicista o hai vissuto anche altre esperienze lavorative o di studio non musicali?
Ho fatto un po’ di università, quando ancora i miei genitori speravano di avere un figlio normale, inserito nella società in maniera canonica.
Tre anni di economia e commercio, 13 esami all’attivo e poi di colpo… ho smesso, da un giorno all’altro ho detto basta! Era il periodo in cui era iniziata una prima collaborazione con un paio di gruppi e iniziavo a suonare in giro.
Mi sono chiesto come sarei potuto riuscire a conciliare tutto questo; ho provato a partecipare a dei gruppi di studio mattinieri, con, a monte, suonate notturne nei locali, ma la cosa strideva. Mi ritrovavo a studiare con persone concentrate sui libri, quando io avevo la testa completamente fusa e capivo che a queste condizioni non sarei riuscito a fare bene né l’università, né il musicista. Ma io avevo voglia di studiare la musica, non mi sentivo di certo ancora completo musicalmente.
Parliamo dell’82, 83, avevo 20 anni e ancora tanta strada da fare; dovevo studiare per prepararmi, non sapevo leggere la musica, dovevo approfondire la tecnica, non andavo bene a tempo… Avevo mille lacune e mi sembrava di perdere tempo all’università, perché o mi concentravo sulla musica o addio professione!
C’erano già batteristi che andavano forte, dovevo decidermi a studiare seriamente! Così ho chiesto a mio padre di lasciare l’università e lui ha accettato. Mi ha proposto di lavorare al mattino con lui in ufficio e di gestirmi il resto della giornata da solo per i cavoli miei!

Però, che bravo il tuo babbo!
Sì, è stato grandioso davvero…infatti io mio papà lo ringrazierò sempre, è il mio guru totale! Ha sempre avuto la capacità di lasciarmi libero di fare le cose, però indirizzandomi, dandomi delle “drittine”, dei colpettini solo all’occorrenza; la direzione la sceglievo io, ma ero al contempo supportato da un adulto che mi osservava e aiutava.
Così da un lato trovavo la mia via, ma in un giusto equilibrio tra i miei desideri e il supporto di un adulto. Per esempio mi consigliò di andare a lezione di lettura, dato che non sapevo leggere:”Leggi Christian?”, “No, non leggo”, “Allora vai a lezione di lettura!”. E così andai da un esperto di lettura, Bruno Fraimini.

Sono stati complicati gli inizi? Come ti mantenevi? Quando hai iniziato a guadagnare con la musica?
Io ho avuto la fortuna di vivere in una famiglia che stava a Milano. Quindi suonavo a Milano e non avevo costi perché vivevo in famiglia; avevo la mia cameretta, vivevo ancora coi miei. Suonavo, poi tornavo a casa e non avevo pensieri, non dovevo farmi la spesa, ecc. Mantenuto quindi dalla mia famiglia, potevo andare in giro a suonare, e iniziare a guadagnare. Mi ricordo ancora le prime 30.000 £ a sera!
Suonavo al Capolinea (locale di Milano) il sabato sera con un quintetto jazz, serate pazzesche in cui mi sono fatto molto le ossa e che ricordo ancora con tanto piacere. Con i primi soldini mi sono aperto una seconda linea telefonica nella mia cameretta, e mi sono creato una sorta di ufficietto; il tutto su richiesta di mia madre, che riteneva che monopolizzassi troppo il povero telefono di casa! E così sono stati gli inizi; sono stato comunque fortunato a nascere a Milano e ad avere due genitori che hanno appoggiato le mie scelte.

Ricordaci che strumentazione usi.. la cambi spesso?
Suono batteria Yamaha, piatti Sabian, bacchette Vater e pelli Evans. Dal momento in cui li ho decisi, non ho mai cambiato i miei sponsor; ho sempre tenuto il marchio che mi ha dato fiducia, che ha speso tempo e denaro su di me. Ora io ricambio con la mia fiducia, la fiducia che loro all’inizio hanno riposto in me.

Sei il batterista di Elio e Le Storie Tese, ma non solo. In quali altri progetti musicali sei impegnato?
Mah io sono sostanzialmente un freelance. Mi piace la libertà di un telefono che squilla a casa e porta proposte di partecipazione a nuovi progetti; è lasciare la porta aperta a stimoli sempre nuovi, e valutare se aderire o no alle varie proposte.
Quindi mi tengo stretto un bel lato di freelance, e poi mi concentro su gruppi musicali quali per esempio il Trio Bobo e la Drummeria. Il Trio Bobo (con Faso e Alessio Menconi) per me è un piccolo patrimonio musicale personale da salvaguardare; ci esprimiamo tutti e tre al massimo delle nostre possibilità musicali per suonare la nostra musica, musica che ci piace e in cui cerchiamo di far confluire le nostre idee, raggiungendo alti gradi di espressività e originalità.
Poi c’è la Drummeria, un gruppo di sole 5 batterie; assieme a me suonano Walter Calloni, Ellade Bandini, Paolo Pellegatti e Max Furian. E’ una band che sarebbe l’ideale per questo centro commerciale in cui stiamo facendo l’intervista ( la scuola di musica in cui si è tenuto il seminario di Christian si trova in un centro commerciale, ndr); la Drummeria la potresti mettere qui in mezzo al centro commerciale e tutta la gente si fermerebbe a guardare!
La batteria da sola è uno strumento che può sembrare noioso, non fa note, non fa melodie; nella Drummeria cerchiamo di superare questi ostacoli batteristici e cerchiamo di rendere in qualche modo il senso della melodia, ricorrendo a movimenti sincronizzati, a pause, a delle scenette anche teatrali e divertenti. E così facendo proponiamo qualcosa di accessibile a tutti, qualcosa che anche la signora col passeggino e il bimbo dentro possono apprezzare e con la quale si possono divertire!

Approposito, i bimbi sembrano molto affascinati dalla batteria, lo notavo prima durante il tuo seminario: tanti bambini, anche molto piccoli, si avvicinavano incuriositi..
Sì è vero, sono molto affascinati! Ma penso sia perché la batteria è uno strumento molto immediato, istintivo; probabilmente abbiamo nel nostro patrimonio genetico di uomini antichi una particolare sensibilità verso certi suoni, verso questo strumento.
Siamo per esempio affascinati dal fuoco caldo nel caminetto, ci trasmette un tipo di feeling ma non sappiamo bene il perché. Probabilmente è un “ricordo” di quando vivevamo nelle caverne e il fuoco era un elemento cosi importante per noi…e sarà per questo che oggi guardare il fuoco ci trasmette affetto, ci dà qualcosa. La batteria la vedo molto simile come veicolo di sensazioni di tipo istintivo, soprattutto nei confronti dei bambini, dunque non mi è difficile credere che sia molto amata tra i più piccoli.

Christian, quale sarebbe la tua formazione musicale ideale?
Da batterista amo la grande orchestra, per me suonare in orchestra è il momento in assoluto più divertente e stimolante; e sto parlando di big band di stampo jazzistico. Non ti parlo di un’orchestra sinfonica, anche se è bellissimo suonare anche in un’orchestra sinfonica, perché quando senti le armonizzazioni dei violini, delle viole, i contrabbassi…godi solo per quello che senti, come impasto sonoro.
Mi riferisco invece ad un’orchestra di stampo jazzistico, quindi ad una big band di ottoni, 5 sassofoni, 4 tromboni, 4 o 5 trombe, basso contrabbasso, pianoforte e una batteria che tiene le fila di tutta l’orchestra. E’ una sedia importante quella della batteria, in un’orchestra. Ho sempre amato le orchestre, fin da ragazzino..avrei proprio voglia di girare con un’orchestra..

Tu hai iniziato ascoltando e suonando jazz..come hai imparato a conoscere e apprezzare gli altri generi musicali?
Sono stati gli altri batteristi a portarmi ad ascoltare altri generi musicali. La mia musica era il jazz, poi magari un giorno un mio amico mi dice: ”Hai mai sentito Billy Cobham?”, e io, che prima non ne avevo mai sentito parlare, lo ascolto, e scopro che si tratta di un batterista pazzesco che mi piace molto pur suonando jazz-rock, dunque una contaminazione, una mescolanza tra i due generi musicali.
Poi da lì inizio a spaziare nel rock, compro altri cd di Cobham, perché la sua musica mi piace e mi piace tantissimo come suona la batteria; spazio e ascolto che ne so, la Mahavishnu Orchestra, John McLaughlin, e così via.
I miei amici batteristi mi hanno fatto conoscere Ian Paice (batterista dei Deep Purple), che mi è sempre piaciuto come batterista; il suo storico assolo in “Made in Japan” ce lo ascoltavamo spesso da ragazzi. Imparavo insomma a conoscere ed amare anche il rock.

Come si crea e si mantiene il proprio stile suonando vari generi musicali?
Eh questo è difficile, trovare la propria via, crearsi un proprio stile musicale è sempre una cosa difficile e complicata da fare; e l’unico modo per riuscirci è studiare.
Studiando inizi a capirti meglio e ti puoi dedicare alle tue idee, a inventare e sviluppare le tue cose, i tuoi pattern, crei qualcosa di nuovo e di tuo. E quando arriva questo momento, cioè il momento in cui senti il bisogno di creare, è lì che stai iniziando a crearti un tuo stile personale.
Quando ti sei formato uno stile, questo semplicemente si riflette su tutti i generi musicali in cui ti cimenti; i tuoi pattern, cioè le figure musicali che ti sei inventato sulla batteria, li ripeti sia che tu stia suonando jazz, sia rock. Ce li hai nelle mani, ti escono naturali, ovviamente in qualche maniera adattate ai vari generi musicali; però sono le tue cose, è il tuo stile, il tuo suono, che a suo tempo ti sei creato.

Per potersi esprimere al meglio musicalmente, quanto contano strumentazione, tecnica e creatività secondo te? In che ordine metteresti queste tre voci?
Beh la creatività è fondamentale, è ciò che ti permette di essere te stesso, di inventare, quindi di andare in una direzione di originalità. La creatività però va supportata dalla tecnica, che dovrebbe essere il più raffinata possibile.
Lo strumento invece secondo me non conta molto. Ho visto batteristi in paesi del terzo mondo suonare veramente con dei catafalchi, con batterie che non avevano più le pelli, con meccaniche che stavano davvero su con degli stuzzicadenti…e però quando suonavano arrivavano al cuore, al dunque musicale.
Riuscivano a comunicare un’emozione musicale così forte da farti dimenticare lo strumento, addirittura l’uomo. Si sente o musica buona, o musica cattiva. Una serata di musica ti può trasmettere qualcosa, o nessuna sensazione, e non dipende certamente dallo strumento..

Umore ed emotività influenzano il tuo modo di suonare?
Ma l’umore non direi, nel senso che ho un umore abbastanza stabile, e se eventualmente sono un po’ incazzoso, nel momento in cui mi siedo alla batteria e mi concentro su quello che faccio, mi si annullano tutti gli eventuali malumori; la musica è una sorta di medicina per me in questo senso, me lo fa passare il cattivo umore, se proprio ce l’ho! Più complicato è invece il discorso dell’emotività.
In effetti sono un po’ emotivo, soffro le situazioni di esagerato carico di responsabilità. Quando tutti sono in tensione, quando sei ad esempio in televisione in diretta, quando vedi un direttore d’orchestra sbraitare in fibrillazione, quando tutti ti scaricano addosso menate e diventi una sorta di parafulmine, sviluppi delle tensioni che non ti sei nemmeno creato da solo, ma che sono stati gli altri a metterti addosso, magari inconsapevolmente. E suonare in situazioni del genere, magari quando non ti hanno nemmeno dato tutte le informazioni su cosa suonare di preciso, ecc… beh mi fa salire un po’ l’ansia e patisco una certa riduzione delle mie performance, mi si abbassa il livello di qualità.
Anche se devo sostenere delle prove forti e suonare ad esempio in serate internazionali a fianco di batteristi veramente bravi, mi capita di non riuscire ad essere al 100 % me stesso; riesco certo a dominarmi, suonare e so come riuscire a trasmettere la giusta energia musicale, però mi sento lievemente sottodimensionato.

E in quei casi prendi qualcosa per calmarti? Che ne so..un po’ di valeriana?..io per esempio l’ho presa per fare quest’intervista
Ah sì? No non prendo niente, e invece dovrei! Ma serve? Quanta ne devi prendere? Non fa un cazzo la valeriana, no?

No veramente funziona, 10 gocce sotto la lingua!
Bene! (ride) ..lo terrò presente!

Cos’è oggi indispensabile per intraprendere il tuo mestiere?
Bisogna essere molto preparati, perché oggi c’è una concorrenza pazzesca.
Preparati tecnicamente, ma preparati in maniera anche originale. E devi essere simpatico, avere un buonissimo carattere e saper stare con la gente. Non puoi permetterti di essere scorbutico o altalenante, soprattutto agli inizi della tua carriera, altrimenti ti mandano subito tutti quanti a quel paese. Magari esistono certi musicisti che hanno già raggiunto uno status di riconoscibilità nell’ambiente professionale, e che non fanno autografi magari perché hanno la luna storta e se la vogliono prendere con qualcuno.
Questo può succedere, ma non può accadere agli inizi della tua carriera; e poi l’ideale sarebbe ricordarsi di come si era gentili e disponibili agli inizi e non cambiare mai atteggiamento nel corso degli anni. Questo è un mestiere per persone semplici, che amano questo lavoro, e senza troppi fronzoli.
Girando qua e là per la professione a volte lo stress ti può far venire certi sghiribizzi, è ovvio; oppure mi posso innervosire se per esempio devo fare un seminario in una scuola, richiedo questo o quello e le cose non vengono organizzate con cura, quando io invece chiedo il massimo per dare il massimo. Se invece l’organizzazione è adeguata, allora lo rimarco, lo faccio notare e ne sono entusiasta!

Come sono le nuove leve della batteria? Ti piacciono le proposte musicali dei giovani in Italia?
Le nuove leve sono tante, ci sono tantissimi giovani batteristi e sono preparatissimi, molto più preparati rispetto ai miei tempi! Ci sono anche parecchie donne, molto brave.
Gli stimoli ormai arrivano ai ragazzi da ogni dove, dalla tv, internet… se c’è un difetto di cui alcuni soffrono è però la fretta. Hanno questa fretta incredibile di imparare, di essere il batterista di questa famosa band, di andare a Mtv.. Voglio dire, bisogna farsi il mazzo per fare questo come per fare qualsiasi altro mestiere; bisogna dedicarsi, e non si può evitare il budello della fatica, è un percorso obbligato.
Non ascolto moltissimo la musica italiana a dire il vero, però per esempio i Subsonica sono un gruppo notevole devo dire; mi piacciono perché sono preparati. I giovanissimi invece (e purtroppo) sono spesso costretti a seguire un discorso commerciale che io non condivido..mi vengono in mente i Finley..

Una curiosità: perché non hai partecipato anche tu alla pubblicità del Cynar?
Sai Elio e Le Storie Tese non sono solo una band, siamo anche una società con dei dipendenti; dunque anche l’aspetto finanziario non va sottovalutato. C’è un ufficio, c’è gente che ci lavora dentro, ci sono degli stipendi che vanno pagati..e ogni tanto in questa società bisogna spararci dentro qualche rinforzatina finanziaria.
La pubblicità del Cynar è stata una gran bella cosa per tutti: per il Cynar, che ha avuto un supporto di idee nuovo per la sua campagna pubblicitaria, e anche per noi, perché ci sono state delle entrate. Quindi non c’era bisogno che ci fossi per forza anche io nella pubblicità, a fare il quinto elemento..ma se fossi passato di là magari sarei entrato anche io nella navicella!

Ma al dopofestival a Sanremo ci sarai anche tu, vero? Ho letto che gli Elii condurranno il dopofestival!
Ma sì, penso proprio che ci sarò anche io!

Christian, confessa a Ondalternativa la tua più grossa figuraccia live!
Una volta con Elio avevamo partecipato a una trasmissione televisiva che si chiamava “Night Express”, avevamo una scaletta ma poi Elio ha deciso di inserire anche “La terra dei cachi”, il brano che abbiamo portato a Sanremo.
E’ un brano finto facile, sembra una marcettina simpatica di stile jazzistico, ma nasconde delle insidie. Non mi ricordavo assolutamente una parte del brano, più o meno all’inizio della canzone!
Non eravamo in diretta, ma in tv quando registi una puntata, si tende a registrarla dall’inizio alla fine, poi se ci sono stati dei problemi si ri-registra un brano in coda. Non ricordandomi il brano mi sono fermato una volta, mi sono fermato due…e tre volte! E il panico iniziava a salire perché c’era il pubblico davanti al palco, e perché anche la band si aspettava che mi sbloccassi, perché comunque con gli Elii abbiamo degli standard elevati come esibizioni.
Il fatto di dover risolvere subito il problema e ricordarmi qualcosa che ormai era un buco nero nella mia mente… mi faceva entrare ancora di più nel pallone! Poi mi venne in aiuto mi pare Rocco Tanica cercando di spiegarmi come avrei dovuto entrare nel punto che mi ero completamente scordato, ed è andata!

E nel tuo tempo libero? Che fai se ti ritrovi una giornata senza impegni?
Se proprio proprio non ho nessun impegno mi faccio un giro in moto. Prendo la mia moto, me la carico in macchina e mi dirigo verso le montagne; vado sull’Appennino tosco-emiliano, oppure in Liguria. Anche la bicicletta mi piace, ma da quando ho una famiglia e devo gestirmi meglio il tempo preferisco la moto… voglio dire, una intera giornata su e giù dai monti con la bicicletta è parecchio impegnativa e stancante..

Il posto più bello visto viaggiando per musica?
Mi sono piaciute tantissime cose: il deserto americano, la Cina, anche alcune parti dell’Italia sono molto belle! Non impazzisco per la vacanza in città, mi piace la natura, andare in posto dove non vedo gli uomini, non contaminati dalla presenza umana.
Mi piace buttarmi sulle rocce dove so che nessuno ci ha sputato sopra o ci ha rovesciato la Cola-Cola, oppure scoprire una spiaggia dove so che pochi ci passano perché magari non è accessibile da terra, ma solo dal mare… L’Australia sarebbe il mio posto ideale, ma è parecchio lontana, ci vogliono molte ore di volo e una ventina di giorni almeno per fare un viaggio così, non sarà facile trovare il tempo!

E con l’immagine di Christian Meyer in Australia chiudiamo l’intervista, sono le venti, lo lascio andare a cena, se lo merita!
Una lunga giornata di seminari (vedeste come insegna, ci mette una dedizione come pochi) e una lunghissima intervista stancano in effetti. Lo ringrazio per la sua gentilezza, gli regalo un braccialettino di plastica verde, come la natura che gli piace tanto (regalo qualcosina di ricordo a ogni persona che intervisto, un mio piccolo vezzo..), e lo saluto mentre trova ancora l’entusiasmo di rimettere in ordine la sala prove in cui ha dato lezione.. questa sì che è umiltà, e semplice e autentica passione per la musica ragazzi, c’è da imparare!

A cura di Gioia Molinari

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