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Intervista Stefano Bagnoli


Intervista Stefano Bagnoli

Genova, 8 Marzo 2008 Borgo Club

E’ in una serata semiuggiosa di inizio Marzo che ci accomodiamo sulle sedie del Borgo Club (jazz club genovese) per assistere e godere dell’esibizione dell’”Alberto Benicchi Quartet”.
Alberto Benicchi è un giovane ma già completo sassofonista che si presenta in questa occasione accompagnato da una sezione ritmica di tutto rispetto, guidata da Stefano Bagnoli alla batteria, magistrale e trascinante, riconosciuto per le sue “spazzolate”, Alberto Marsico all’organo Hammond, a coprire le frequenze basse e creare il giusto sottofondo, ma anche capace di esaltarsi in assolo molto sentiti, e last but not the least, Sandro Gibellini alla chitarra, musicista di esperienza, a tratti montgomeriano per il suo giocare con le ottave, ma sicuramente personalissimo.
La band funziona alla perfezione, e con perfezione non si sta parlando di una precisione esasperata, ma di un continuo scambio di occhiate, gesti, talvolta addirittura parole, tra i musicisti, che riescono a creare realmente qualcosa “sul momento”, all’interno delle strutture prestabilite degli standard classici che ci propongono in questa serata. E la fortuna di aver assistito ad un concerto simile, in un ambiente decisamente piccolo e intimo come il club in questione, diventa quasi soddisfazione.
Soddisfazione per aver potuto apprezzare quel qualcosa di vero in più, il rumore delle dita che scivolano sulla tastiera, dell’aria che attraversa il sax quando è suonato “sottovoce”, Gibellini che letteralmente canta ogni assolo, la dolce ipnosi delle spazzole e le riprese dei temi decise da uno sguardo.

Chiacchierata musicale post concerto con Stefano Bagnoli (detto “Brushman” per la sua abilità con le spazzole): batterista ultra richiesto nel mondo jazz, con collaborazioni jazzistiche da far invidia (Paolo Fresu, Dado Moroni, Alessio Menconi, Bebo Ferra, Enzo e Paolo Jannacci….)…

Ciao Stefano! Parlaci un po’ del concerto che ho appena avuto il piacere di ascoltare!
Ciao, ma certo! Innanzitutto ti dirò che la cosa bella del gruppo che hai potuto ascoltare stasera è che non esiste, non c’è!

Ma come??..
Beh, nel senso che non si tratta di un progetto continuativo, di un vero e proprio gruppo. E’ un progetto che fa capo al sassofonista (Alberto Benicchi), che ha avuto l’idea geniale…

Che tra l’altro è anche un bell’ometto secondo me..
..che è anche un bell’ometto ed è di là che ti sente quindi ora sarà felice…ed è anche tutto nudo! (si stava semplicemente cambiando in camerino, n.d.r.). No, scherzi a parte, stavo dicendo che Alberto ha avuto l’idea di una serie di serate (quattro in totale, questa è stata la terza) con questa formazione, cioè appunto Alberto Benicchi al sax, Sandro Gibellini alla chitarra, Alberto Marsico all’organo Hammond e io alla batteria. E a volte la concentrazione e la tensione che c’è nello stare insieme con un gruppo non abituale è proprio quella che, se ci sono gli ingredienti giusti, fa scattare la magia, come è accaduto stasera tra noi musicisti. Siamo tutti musicisti con una certa esperienza alla spalle; Alberto sassofonista è il più giovincello e ha avuto l’idea di riunire un gruppo di musicisti che indipendentemente l’uno dall’altro hanno già un’attività abbastanza concretizzata negli anni, e quindi ha scelto i tasselli giusti per costruire una cosa che funziona dal punto di vista musicale, ma anche umano…cosa, quest’ultima, fondamentale.
Suonar bene insieme significa anche star bene insieme giù dal palco. Se poi ci si frequenta anche, quanto meglio. Per esempio noi quattro ora stiamo facendo una serie di concerti; domani facciamo l’ultimo a Carrara, dopo di che chissà quando ci si rincontrerà. Però sappiamo che, anche dovessimo vederci tra un anno, il feeling tra di noi sarà esattamente quello che lasceremo domani sera, e questo è importantissimo. Quindi nel jazz spesso succede questo, devi dare per scontato che ogni musicista che suona in un gruppo sia preparato tecnicamente, musicalmente e che sappia il fatto suo in questo mondo professionale; poi tutto il resto è riuscire a dialogare, e viaggia parallelo alla bravura il fatto di riuscire a dialogare tra musicisti. Possono esserci dei grandissimi musicisti che però non suonano bene insieme; ci devono essere dei meccanismi oltre alla musica per far funzionare un gruppo.

Ti sei mai capitato di suonare con qualcuno con cui non ci fosse proprio feeling?
Beh, diciamo che in 30 anni di carriera può anche succedere. E’ chiaro che quando ti sei costruito una certa posizione professionale di tranquillità nella quale ti puoi anche scegliere i compagni di viaggio, allora vai sul sicuro. Altrimenti può anche capitare, all’inizio della carriera per esempio, quando ancora non hai la possibilità di scegliere; così come può capitarti che ci sia un tal musicista che desidera la tua partecipazione in un suo gruppo, in un suo concerto, e quel concerto può funzionare come no. E’ pur sempre un lavoro, nel quale non sempre puoi scegliere la tua situazione “ad hoc”.

Ti ho visto suonare, sei molto bravo ovviamente…ma mi ha stupito il fatto che, anche nei momenti in cui picchi più forte, non sembra assolutamente che tu ti stia sforzando…hai un’espressione sempre molto rilassata…
Dunque, io quando finisce un concerto sono stravolto dalla stanchezza…

Non sembra!
Ma perché sono uno che non esterna molto la tensione e concentrazione, che per quanto mi riguarda (ma penso valga per tutti noi musicisti) è sempre e deve essere al massimo livello. Poi, più suoni con musicisti bravi, più devi essere all’altezza…più devi essere concentrato…

Sei emotivo anche tu come Christian Meyer?
Io sono molto emotivo! Sono molto più nervoso e isterico di Christian! Solo che su di lui lo vedi, te ne accorgi perché è una scheggia! Io magari lo maschero di più, però..sono un nevrastenico e un emotivo totale!

Anche questo non si vede assolutamente!
In effetti questa è una cosa che mi dicono in tanti, che è esattamente l’opposto di come sono io d’abitudine. Ed è bello che ci sia la tensione e l’emozione; è chiaro che poi subentra anche il mestiere, l’esperienza, e riesci a tenere a bada tutti questi ingredienti emotivi, che sono utilissimi perché la musica funziona se c’è tensione. Se sali sul palco e sei freddo, basta..difficilmente possono uscirne delle cose belle, per noi e per chi ci ascolta.

Parlaci dei tuoi esordi…ho letto che hai iniziato a esibirti giovanissimo, a 15 anni!
Sì esatto, io sono del ’63 e ho iniziato nel ’78. Ho avuto la fortuna di suonare con musicisti tutti più grandi di me, grandi nel senso dell’età e anche dell’esperienza, della preparazione; il tutto con una guida che è stato mio papà, che suonava il contrabbasso..

La famiglia Bagnoli è un famiglia di musicisti!
Sì!! Ho anche uno zio sassofonista, un cugino (suo figlio, figlio di mio zio Carlo) sassofonista pure lui; però mio cugino fa un altro mestiere, quindi suona per hobby. Poi ho un altro cugino francese, figlio di mia zia Bagnoli, la quale si è sposata con un francese.. quindi mio cugino ha un altro cognome..ed è un bassista jazz molto famoso in Francia. Poi appunto ci siamo mio papà, che però non suona più da tanti anni , ed io. La storia musicale della famiglia Bagnoli è questa: nel ’50 mio papà e mio zio hanno formato la prima orchestra di jazz in Italia. Parallelamente nasceva sempre a Milano un’altra orchestra di jazz, col papà di Christian Meyer, Hermann Meyer. Il 19 Marzo pensa, festeggiamo gli ottanta anni di Hermann e facciamo un gruppo io e Christian insieme, con altri musicisti!

Tu e Christian siete parecchio amici!
Sì, abbiamo la stessa età, un mese di differenza, tutti e due con la passione del jazz nel sangue; poi crescendo abbiamo preso due strade professionali diverse, ma quello che ci accomuna è sicuramente una passione sfrenata, incondizionata per la musica. Quindi, per concludere la storia della Bagnoli family, con mio zio dalla metà degli anni ‘80 abbiamo creato un quintetto in cui c’eravamo io, mio zio, mio cugino, e poi un pianista molto bravo che fa parte della storia, Sante Palumbo, e Marco Vaggi al contrabbasso, due grandissimi musicisti. Con mio zio adesso ci si incrocia un po’ di meno, perché io ho diversi impegni musicali con diverse formazioni; per cui il gruppo con mio zio diciamo ha già fatto il suo decorso artistico. Ci si riunisce ogni tanto, però non con la frequenza di qualche anno fa, quando si girava l’Italia in continuazione e si suonava veramente insieme a tempo pieno.

Sei stato fortunato!
Sì, sono stato sicuramente fortunato a crescere in un ambiente musicale. Poi, parallelamente alla fortuna, chiaramente ci devi mettere del talento naturale e in cima a tutto grande studio e una grande determinazione. Ho avuto la fortuna di aver avuto diciamo “la chiave per aprire la porta”. Poi però, aperta la porta, ti trovi davanti un qualcosa che devi veramente costruire; una sorta di stanza vuota che devi arredare, pulire, tenere in piedi.

Che studi musicali hai fatto?
Ho fatto il conservatorio, cinque anni a Milano, batteria e percussioni. Prima ancora ho studiato due anni dal batterista dell’orchestra della rai. Quindi la mia formazione musicale è stata abbastanza completa; non sono un pianista, però ho studiato anche pianoforte.

So che insegni anche. Ti piace insegnare? Sai, non a tutti piace..
Insegno privatamente, al conservatorio di Milano, in una scuola di musica di Milano, in un’altra scuola piccola di musica a Busto Arsizio, e poi tengo vari seminari in giro per l’Italia, quando capita. Mi piace veramente moltissimo insegnare! E’ uno stimolo fantastico, soprattutto perché poi in questi anni mi cercano ragazzi che suonano già e vogliono da me specializzarsi, per cui diventa un dialogo a tutti gli effetti. La didattica infatti la seguo in maniera molto specialistica, molto approfondita.
All’insegnamento devi essere predisposto: primo deve piacerti, secondo devi avere delle cose da dire, terzo la fortuna di poter decidere di insegnare solo in certi contesti. Ad esempio io negli anni ho capito che non sono assolutamente adatto a insegnare ai bambini o ai ragazzini principianti, perché ci vuole veramente una preparazione anche psicologica, una pazienza e un metodo che non è il mio. Quindi capisco che magari ci possa essere il collega tal dei tali che, parliamoci chiaro, anche per sopravvivere economicamente, è costretto a insegnare in condizioni che non sono le sue; in questi casi l’insegnamento può diventare un peso invece che un piacere, purtroppo.

Come mai hai scelto proprio la batteria come strumento?
La passione per la batteria è iniziata da bambino e non mi ricordo neanche perché; è partita la scheggia subito. Nel ’78, con gente più grande, ho fatto una gavetta, una palestra meravigliosa, e non ho mai smesso. E da subito è diventato un tutto’uno, lavoro, divertimento, curiosità, passione. Poi il mestiere di musicista diventa anche uno stile di vita, cioè ti scegli una vita tutta stramba, tutta tua, ma che se poi ci sei dentro non cambieresti per tutto l’oro del mondo.

Come sei diventato uno specialista delle spazzole?
Per caso! Mio papà da ragazzino mi ha regalato un rullante, un tamburo e due spazzole, prima che le bacchette. Ho cominciato accompagnando i dischi con le spazzole. Negli anni poi questa cosa l’ho coltivata; ho sempre suonato tanto con le spazzole e in questi ultimi 6, 7 anni le spazzole sono diventate diciamo il mio marchio di fabbrica. Tra l’altro, tanto per cambiare, sono stati due grandi amici e colleghi a spronarmi a ufficializzare il marchio del “Brushman” e a portarlo avanti professionalmente e didatticamente: Ellade Bandini e Christian Meyer.

Quali pensi siano i tuoi pregi come batterista?
Sicuramente di essere musicale, di avere sempre le orecchie aperte. L’ultima cosa alla quale penso quando suono è di suonare la batteria; cioè, cerco di suonarla in funzione di chi mi sta intorno e della musica che sto suonando. Quindi cerco di essere sempre pronto a recepire qualsiasi stimolo mi capiti quando sto suonando, e a renderlo più musicale possibile, rispettando il mio ruolo che è quello di far risaltare (come un vero regista) la musica che mi risuona intorno. Per i batteristi può essere molto facile rovinare un’esecuzione se non dosiamo bene i volumi, le dinamiche e i colori. L’essere musicale sulla batteria può essere a volte la cosa più difficile da attuare.

La tua più grande figuraccia dal vivo?
Non mi viene in mente, ne avrò fatte chissà quante.. però giuro non me ne viene in mente una in particolare.. Forse..ai tempi del conservatorio! Stavo suonando con un gruppo di percussionisti, diretti dal nostro maestro Franco Campioni, al conservatorio. Io in quel momento dovevo eseguire una parte solistica al tamburo.. e ho dato una legnata talmente forte che la bacchetta mi è entrata dentro la pelle e l’ha sfondata! Quella sicuramente è stata la mia figuraccia peggiore, perchè nella sala Verdi del conservatorio di Milano, con 3000 persone..il mio solo è partito con un “CRAAAN” di una bacchetta che si è infilata dentro un tamburo! Chiaramente mi capitasse adesso scoppierei a ridere perché ora ho imparato a ironizzare molto più che non 25 anni fa quando in quel momento mi sono sentito sciogliere sul palco!

E la tua più grossa soddisfazione?
Di fare questo mestiere, da 30 anni ininterrottamente.

Cosa pensi della situazione live del jazz in Italia? Stasera per esempio l’età media degli ascoltatori non era proprio bassissima, detto tra noi…
Ma dipende. Un luogo comune che sento girare da quando ho iniziato a suonare è che il jazz è finito…ma io sono 30 anni che suono jazz e vivo benissimo, giro il mondo e suono con dei musicisti meravigliosi. Questa sera abbiamo suonato in un contesto privato, un club privato in cui i soci si auto tassano annualmente per poter assistete a questi concerti. Va da sé che si tratta di grandi appassionati di jazz, che hanno gia una certa età e agiatezza, e che possono permettersi di tenere in piedi un posto carino come questo club. Dipende molto da con chi suoni, che ne so Paolo Fresu lo conosci? Noi con lui abbiamo un quartetto..lui poi è una super star del jazz, con lui si riempiono veramente i teatri, dal ventenne all’ottantenne! La fortuna del jazz è un pò quella di aver costituito da un secolo a questa parte un mondo artistico di nicchia, che però ha sempre avuto un suo seguito di tutte le età. E’ chiaro poi che se ci si trova in un contesto di jazz tradizionale, il pubblico sarà costituito più da sessantenni o settantenni; invece in locali come il “Blue Note” o la “Salumeria della musica” di Milano puoi vedere anche le compagnie di ventenni. Dunque il pubblico jazz è un pubblico eterogeneo al massimo; il mondo del jazz vive da più di un secolo dignitosamente, non è mai stato di moda, non lo sarà mai, non lo vedrai mai nel grande business commerciale… però esiste da sempre ed esisterà per sempre, questa è la sua fortuna.

A cura di Gioia Molinari
Foto di Andrea Feliziani

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