Live report
PIXIES @ Ferrara sotto le stelle
Ferrara, 06/06/2010
E’ il 6 giugno. Il giorno del primo concerto all’aperto per “
Ferrara sotto le stelle”, manifestazione che ancora riesce a tenere gli occhi fissi su questa città fin troppo addormentata e medioevale nell’aspetto e nel cuore.
Anche Ferrara come tante piccole non-metropoli ha una scena musicale che scalpita e amatori che fremono di sentire buona musica, ed è forse solo grazie a questo che ancora per poco si conserva il gusto del buon festival a discapito della festa popolare con sedie pieghevoli e odore over 60 davanti al Claudio Baglioni di turno.
Ferrara vuole sudare, urlare, saltare e molto spesso anche contemplare. Quest’anno è meta unica di
Frank Black (o
Black Francis per gli estimatori) e soci, i Pixies ripartono dopo il tour del ventennale del capolavoro “
Doolittle” e dalle indiscrezioni promettono live “con pezzi non eseguiti dal 2004”.
Il botto è previsto e un paio di giorni prima è confermato: è
Sold Out. Sentendomi un po’ fortunata della mia condizione di privilegio, arrivo nella cornice di piazza castello in orario ormai inoltrato: sono le 20.30 e una delle file raggiunge quasi piazza duomo, settanta metri di pubblico scalpitante e una cassa semivuota che dopo avermi intristito per 120 secondi non trovando il mio pass, mi consegna il trofeo e il braccialetto del privilegio. Sono dentro.
La piazza è ormai ricolma, c’è ancora il viavai per birre e merendine ma non c’è speranza di risalire la corrente come i salmoni: posto centrale a metà piazza, dietro energumeni fortunatamente con pochi capelli. La visuale è poca ma le mie gambe sono buone e da saltare ce n’è.
Sul palco palloni giganti dalle luci colorate ricoprono la scena, manca poco al crepuscolo e il dj set tiene compagnia mentre mi guardo intorno; il pubblico è variegato, ci sono quelli che nell’88 hanno assistito all’ascesa, quelli che come me c’erano ma ancora poppavano il latte, e quelli che non c’erano proprio, schiavizzati dalla leggenda del gruppo che ha influenzato i loro probabili idoli rock adolescenziali. E’ un po’ un momento catartico in effetti, come vedere finalmente gli eroi dei tuoi cartoni preferiti in carne e ossa, solo che quello non accade mai.
Ma interrompendo la sfilza di pensieri arriva il momento: le luci si spengono, inizia il boato, un leggero intro violinesco ed ecco loro sul palco, nella versione più vecchia e ingrassata rispetto ai poster nelle vostre stanze. Ma è quando li sentiamo attaccare che tutti sorridiamo rendendoci conto che sono davvero loro. I toni surf di “
Cecilia Ann”, celebre prima traccia di “
Bossanova”, aprono le danze senza dare il tempo di trovare spiegazioni; il pubblico è già caldo e aspetta solo di sentire la disperazione tonale di Black Francis. Ma tanto non esiste un secondo da aspettare, la scaletta è mitragliata e c’è subito da sbraitare su “
Rock Music”, “
Bone Machine” ed acquietarsi per celebrare il primo cavallo di battaglia “
Monkey’s Gone to Heaven”.
Non ci capisco quasi niente, l’entusiasmo mi ha catturato troppo in fretta lasciandomi l’amaro in bocca solo per il volume esiguo che “Ferrara sotto le stelle” ci riserva per questa sera. Siamo anche noi frutto di leggi regionali antirumore a misura di morto da non svegliare? Qualcuno come me si lamenta ad alta voce, ma è chiaro che il risultato è compromesso, ci si vergogna persino di cantare a squarciagola per paura di sovrastare il gruppo. Insomma un godimento si, ma trattenuto. Perché le acidità chitarrose di Santiago non possono risuonarmi addosso tra il muscolo cardiaco e le corde vocali?
Vabbè, si va avanti. Almeno i folletti non ti danno troppo tempo per pensare; “
Gounge Away” è fenomenale e io saltello qua e là per sbirciare il palco da tutti i lati. Mi viene anche fatto un regalo, spalle amiche tengono il mio peso per qualche brano: mi guardo intorno contemplando dall’alto la piazza illuminata e gremita, come intrappolata in un rito propiziatorio. Ho le mani alzate e mi canto “
Allison”, memore di quel famoso special dei Nirvana su Mtv in cui proprio questo pezzo mi aveva messo curiosità del tipo
“e questi qui chi sono? Cos’è ‘sta figata?”
Torno giù, tanto c’è “
Debaser” e il volume sembra un po’ cresciuto (o forse è il buon David Lovering che ha scaldato finalmente le bacchette). Niente da dire, Frank Black è affascinante, non ha perso una nota negli anni, e insieme a lui la migliore in campo Kim Deal, quasi identica agli anni d’oro nello spirito, dalla voce suadente e il comportamento un po’ perso. Ripete le stesse frasi ad ogni brano, chiacchiera sul palco con disinvoltura, ma noi le vogliamo bene cosi.
Ed è proprio lei che dopo la superpotenza di
Alec Eiffel (e via di “
Trompe le monde!”) e la magia di “
Caribou” pescata invece dal primissimo e bellissimo “
Come on Pilgrim”, divaga un po’ per presentare il brano successivo, un regalo di Neil Young, “
Winterlong”. Un po’ persi attendiamo tutti l’attacco, che in realtà non avviene mai. Il concerto viene interrotto per dieci minuti buoni a causa di un problema con “le barricades” come dice Kim “sfondate” da un pubblico fin troppo molesto (e dove siamo, nelle Banlieau? C’è la rivoluzione e comincia al concerto dei Pixies?). In realtà, memore di un passato adolescenziale fatto di “
pane e indiependent” mi sembra un po’ di essere a una versione politically correct di un concerto rock. Boh, forse i problemi di sicurezza c’erano davvero, personalmente ho visto un pubblico forse anche troppo inchiodato rispetto agli standard, per ora mi sento solo di consigliare di non portare “sotto le stelle” gli Slayer la prossima estate.
Ma si sorride, si ritorna in pista e voilà, la rivoluzione ha fatto alzare il volume! Ciò non aiuta il trio di brani più moscio del live a tener botta (“
Winterlong”, “
River Euphrates” e “
Cactus”). La scaletta va avanti comunque fiera e impeccabile, si pesca qua e là tra i vari album facendo felici un po’ tutti. Da citare la potenza di Francis in una urlatissima “
Tame” e nell’infilata migliore del concerto con “
Broken face”, “
Nimrod’s son” e “
Vamos” (con un favoloso e malato Joey Santiago alla chitarra). E’ Proprio Kim, la più attesa e osannata, a lasciarci con una stupenda e intensa “
Gigantic”: non perde un colpo, niente da dire, è proprio quello che volevamo sentire.
E’ ora di ritirarsi dietro le quinte, la folla scalpita, sappiamo tutti cosa ci aspetta. Stop. “Where is my mind?” è il regalo tanto attesto che i Pixies ci fanno scartare alla fine: la cantiamo insieme, noi e loro, piazza castello e i 4 eroi di Boston.
Una chiusura leggera e enigmatica con un altro cavallo di battaglia “
Here comes your man” conclude uno dei concerti più attesi dell’estate. Tirando le somme, le aspettative erano alte, l’entusiasmo alle stelle, l’alone di leggenda ha accompagnato ampiamente l’attesa di questo concerto, e alla fine, la magia è stata all’altezza?
Bisogna dire che la sensazione del gruppo juke box un po’ si è sentita. Forse colpa del pubblico caloroso ma non troppo, forse della brutta giornata, ma nonostante l’esecuzione impeccabile il pathos di vent’anni fa è forse oramai irraggiungibile. Senza fraintendimenti, i Pixies sono fantastici, hanno un repertorio irripetibile di brani favolosi, è impossibile non godere di un regalo cosi, soprattutto per chi come me non ha potuto gustarli nei loro esordi. Senza contare la professionalità eccelsa e la capacità artistica che la maggior parte delle reunions di dinosauri si possono sognare. Ma posso capire personalmente cosa può esserci nel cuore di un musicista nel momento della sua crescita e in quello della sua successiva contemplazione e santificazione. Belle cose, ma tanto diverse; ma forse qualcuno più vecchio di me può giudicare meglio.
Voglio chiudere con una citazione di uno di quelli che dai Pixies ha imparato tanto, e ce ne sono troppi come lui. Kurt Cobain disse a proposito dei folletti: “
Stavo provando a scrivere la canzone pop definitiva. Stavo fondamentalmente cercando di fregare i Pixies, devo ammetterlo. Quando ho sentito i Pixies per la prima volta, ero coinvolto cosi pesantemente che ho pensato che avrei dovuto suonare in quel gruppo, o almeno in una loro cover band. Abbiamo usato il loro senso della dinamica, l’essere morbidi e silenziosi ma allo stesso tempo forti e pesanti”. Dategli torto.
A cura di
Doriana De MarcoSCALETTA:
Cecilia Ann
Rock Music
Bone Machine
Monkey Gone To Heaven
Gouge Away
Hey
Velouria
Dig For Fire
Allison
Debaser
Planet Of Sound
Alec Eiffel
Caribou
Winterlong (Neil Young cover)
River Euphrates
Cactus
Is She Weird
Break My Body
The Sad Punk
Head On (The Jesus and Mary Chain cover)
U-Mass
Wave Of Mutilation
Tame
Isla De Encanta
Broken Face
Nimrod's Son
Vamos Gigantic
Encore:
Where Is My Mind?
Here Comes Your Man
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