Live report
XIU XIU @ Auditorium San Domenico
Foligno (PG), 16/06/2010
E’ l’ex-chiesa di San Domenico (1251) ad ospitare a Foligno il concerto degli
Xiu Xiu e nulla di meglio avrebbero potuto desiderare. Si tratta infatti di una grande sala unica (1.042 metri quadrati) dalle volte gotiche, affrescata, bellissima nella sua nuda monumentalità e dall’acustica perfetta . Potrebbero sedersi sulle comoe poltroncine rosse ben 662 spettatori, ma a giudicare dalla gente che attende l’apertura delle porte forse si arriverà ad occuparne solo un terzo.
Entriamo. Le luci accese mostrano la sala in tutta la sua bellezza e mentre mi guardo intorno mi accorgo che un ragazzo sul palco sta chiedendo silenzio. Mi avvicino, mi siedo e aspetto. Non parla chiede solo silenzio mentre legge un libro; ottenuto il silenzio si alza e ne va, cala il buio e si accende una luce fucsia. Entra così
Fabrizio Modenese Palumbo (già dei torinesi Larsen) che presenta il suo progetto solista (r), a metà tra l’ambient ed il song writing. Inizia a cantare accompagnandosi con la chitarra e colpisce la bella voce profonda. Alla seconda canzone entra in scena l’elettronica con l’artista/ performer
Michelle Handelmann e gli altri cinque pezzi sono per lo più strumentali. La loro tristezza dolce ed i tentativi di levarsi in volo da cavernose profondità non convincono e non emozionano tanto che le contorsioni finali sulla chitarra (per giunta di spalle) di Fabrizio quasi appaiono esagerate e danno fastidio.
Finalmente il cambio palco con una bel sottofondo musicale: elettronica e gregoriano, davvero suggestivo nell’ ex-chiesa. Salgono sul palco
Jamie Oliver ( chitarra e voce, unico membro fisso degli Xiu Xiu) e
Angela Seo (tastiere, percussioni ed elettronica) e davanti ai nostri occhi eseguono il loro sound-check. Prima che le luci si spengano Jamie porta sul palco tre bicchieri di plastica blu e prima di abbracciare la chitarra dà luogo con Angela ad un breve rito “propiziatorio”che è un veloce gioco di mani e di mimi. Bello guardarli.
L’inizio è soft e sofferto, la voce chiama “
Oh my God”, ma poi il ritmo aumenta: le luci si fanno pulsate, entrano le percussioni. Un’ora e trenta, senza bis. I protagonisti sul palco sono una sofferenza profonda senza pianti ed un nervosismo controllato. Il viso di Angela è uno spettacolo da guardare e mi ci perdo: è elegantemente determinato mentre percuote con vigore la collezione di gong e altre strane percussioni appese e gli scoppi sono imprevedibili e pazzi; diventa serio, quasi imbronciato, quando le dita nervose percorrono la tastiera; accenna il sorriso attendendo che il compagno sia pronto. Jamie soffre e si contorce sulla chitarra, canta ad occhi chiusi, beve con ordine dai tre bicchieri.
I due rispecchiano perfettamente i contrasti interni alla loro musica, in cui si sente l’influenza de The Cure e dei Joy Division, musica che riesce ad andare oltre ed a comunicare davvero grazie all’imprevedibilità della sperimentazione.
Un live perfetto in un luogo altamente suggestivo. Esco decisa e determinata, non so bene a far cosa. Credo semplicemente ad andare avanti.
A cura di
Mara OrrùSi ringrazia per le foto
Letizia Frattegiani.
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