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Live report Heineken Jammin' Festival


A volte ritornano. Eh si, perchè dopo un anno di pausa eccoci di nuovo qui a parlare del più importante festival estivo italiano, l' Heineken Jammin' Festival. Nato da un sodalizio ormai più che decennale tra Heineken e Live Nation, il festival si è sempre posto come obbiettivo quello di presentare i migliori artisti disponibili sulla scena. E cosi anche quest'anno il cast annunciato prometteva scintille da tutte le parti. Aerosmith, Massive Attack, Green Day, Pearl Jam e Ben Harper, questi alcuni dei nomi annunciati che avrebbero allietato tutto il pubblico presente al Parco San Giuliano di Mestre nei giorni del 3-4-5-6 luglio. Quattro giorni di musica, per un evento che probabilmente dovrebbe essere apostrofato più come "music village". Eh si, perchè sarebbe ingeneroso e al tempo stesso riduttivo riferirsi a tutto questo con la sola parola festival. Infatti, a condire i due palchi in contemporanea anche quest'anno gli spettatori potevano godere di quattro campi da calcio, tre campi da pallavolo, otto campi da basket, dieci calciobalilla, postazioni di guitar hero, body e nails painting, rinfrescarsi con giochi d'acqua o rilassarsi sotto ombrelloni su comode sdraio. Un festival fatto per la "massa", un festival mainstream se cosi vogliamo definirlo ma con un occhio anche alle realtà emergenti del nostro paese (basti pensare al second stage presente anche in questa edizione). Questo è stato l'Heineken Jammin Festival in poche parole. Un festival anche quest'anno bagnato, ma al tempo stesso (come dice il detto) fortunato, considerando l'affluenza di pubblico che ha toccato il picco di 50.000 presenze se si considera solo l'ultimo giorno. Ma andiamo per gradi cercando di dare un'idea di quello che è successo durante questi quattro intensissimi giorni raccontanto giorno per giorno le emozioni provate.


Sabato 3 luglio 2010
Il grande onere di dare il via all’undicesima edizione dell’ HJF spetta ai “La Carte”, vincitori del contest e particolarmente apprezzati dal pubblico presente. Subito dopo è il turno dei “Plan de Fuga”, italianissimi nonostante la scelta del nome in spagnolo e l’ inglese dei testi, che con la loro musica eclettica e varia a livello stilistico, una miscellanea di funk, pop e dark, raccolgono grandi consensi. “La Fame di Camilla”, già noti grazie all’ edizione di Sanremo di quest’anno, offrono un ottimo spettacolo abbastanza coinvolgente, unica pecca è che forse in alcuni momenti risultano un po’ troppo impostati tanto da dare l’ impressione di suonare più per se stessi che per chi li ascolta. I primi veri big di questa edizione sono i galllesi “Stereophonics” che con la loro mistura di musica brit pop e alternative rock dimostrano da subito di meritarsi il loro successo. La band, famosa per brani come “Have a nice day” o “Maybe Tomorrow” e giunta ormai al settimo album pubblicato, propone uno spettacolo un po’ statico forse dato dall’ animo cupo a causa del decesso, avvenuto circa un mese fa, del loro ex-batterista, ma tecnicamente molto valido in cui si da ampio risalto alla particolare voce del cantante Kelly Jones. Alle 20.00 circa salgono sul palco i Cranberries, una band con vent’anni sulle spalle ma che riesce ancora ad emozionare. Sono passati parecchi anni dal loro album d’esordio e sicuramente almeno dieci anni da “Zombie” ma la voce di Dolores O’Riordan, cantante del gruppo, non è cambiata di una virgola sempre pungente ed emozionante. Sembra anzi aver acquistato una maggior sicurezza, forse i problemi personali sono finalmente risolti e la reunion con la band storica deve aver portato un po’ di serenità. Sale sul palco proponendo una mise a metà tra il country e il gothic, canottierina lilla, cinturone nero, gonna viola e un paio di pesanti stivaloni. Durante tutto il concerto si passa da un successo all’ altro, passando da vecchi cavalli di battaglia come “Zombie” e “Ode to My Family” a canzoni più recenti come “Animal Instinct”, “Analyse” e “Just my immagination” fino a chiudere con l’ intramontabile ed emozionante “Dreams”. I veri big indiscussi della serata salgono sul palco qualche minuto prima delle 22 e sono gli “Aerosmith”. Sua Maestà Steven Tyler sale sul palco vestito con pantaloni zebrati, giacca bianca, occhialoni scuri, svariati foulard, tra cui uno viola, anelli, orecchini e un fantastico cappello leopardato. La folla va in visibilio già da subito, già sulle prime note di “Love in elevator” prima canzone con cui la band comincia la performance e a cui presto si susseguono “Livin’ on the edge”, “Cryin” , “Mama Kin’”, “Rag doll”, “Pink”. Il pubblico c’è e si fa sentire tanto che Steven Tyler riesce ad intonare solo qualche manciata di parole di “What it takes” perché poi lascia che sia il pubblico a cantarla. Presto arriva il momento di “I don’t want to miss a thing” dove viene proiettato il video di “Armageddon” sui maxischermi, il pubblico gradisce e si emoziona. In queste 2 ore di spettacolo gli Aerosmith si prendono solo una piccolissima pausa giusto per dare il tempo a Steven Tyler di tornare sul palco sfoggiando la maglietta dell’ Italia con la scritta Tallarico, il suo vero cognome. Le canzoni successive sono “Dream On”, “Walk this way” e “Toys in the attic”, canzone che chiude il concerto. Due ore di spettacolo, urla, sudore, adrenalina, sorrisi, lacrime e tantissime emozioni. Gli Aerosmith hanno dimostrato ancora una volta, non che ce ne fosse bisogno, di essere formidabili e di avere tante cose da dire e da insegnare a band molto più giovani e il successo della serata ne è una prova!

Domenica 4 luglio 2010
Uno dei giorni più attesi dell'evento. Il giorno dei Green Day, il giorno adatto per grandi e piccini. Se da un lato, infatti, persone come il sottoscritto speravano di assistere ad un repertorio più '90, targato da successi provenienti da Dookie o Nimrod, i più giovani giungevano all'evento nella speranza di assistere ai "nuovi" Green Day. Nessuno alla fine rimarrà soddisfatto perchè quando la sorte si accanisce non ci si può fare nulla. Ma andiamo per gradi. Si parte con i Bastard Sons of Dionisio, band resa famosa dal programma Xfactor. Non molta la gente presente all'esibizione di questi ragazzi che partono subito con "Eagle gate syndrome", continuano tra le altre con "Se t'annoi", "War is over", "Ease my pain" per poi chiudere con "Typical pine' night". Tanto sole e tanto caldo reso più sopportabile dalla presenza di un pò di vento capace di alleviare anche seppur minimamente i calori degli spettatori. E cosi è il turno degli americani Rise Against che si presentano sul palco carichissimi e vogliosi di suonare. Una setlist di impatto, capace di creare un bel muro sonoro che colpisce sicuramente il pubblico in aumento presente sotto il palco. Il classico punk-hardcore di questi ragazzi non delude e durante pezzi come "State of the union", "Savior", "Prayer for the refugees" e "Give it all" il pubblico si scatena in un bel pogo. Tim e soci chiudono con uno dei loro singoli più famosi, "Ready to fall" ringraziando e lasciando al tempo stesso un sorriso perchè i Rise Against sono davvero una bella realtà. E' il momento di avvicinarsi alla zona calda della giornata. Manca poco alla salita sul palco degli Editors che avrebbe anticipato l'esibizione dei 30 Seconds to Mars che a loro volta avrebbero lasciato spazio successivamente a Billy Joe e soci. L'indie-rock impostato e caratterizzato dalla magnifica voce di Tom Smith risuona subito sul palco attirando subito un considerevole numero di persone sotto di esso. E cosi si parte subito con due singoli di tutto rispetto: "Bones" ed "An end has a start". Il pubblico sempre più interessato, assiste al'esibizione di questi inglesi che riescono a trasmettere energia grazie anche a pezzi come "Bllod", "Munich", "The racing rats" e "Smokers outside the hospital doors". Il live scorre senza grossi intoppi mostrando una band davvero valida capace di attirare con il suo sound prettamente indie-rock e a tratti post-punk. Tom e soci salutano con un altro singolo, "Papillon" per la precisione e sempre più persone si avvicinano al palco perchè è arrivato il momento dei 30 Seconds to Mars. E cosi ecco che un ossigenatissimo Jared Leto si presenta sul palco con la maglia dell'Italia pronto ad infiammare la folla presente. E' il momento di pezzi come "Carmina burana", "Attack", "Vox populi", "Closer to the edge" e della bellissima "The kill". Jared e soci ci sanno fare, riuscendo a trasportare la folla e non risultando per nulla statici sul palco. Impossibile per i presenti dimenticarsi della comparsa improvvisa sul palco dei Green Day travestiti e truccati alla Leto che iniziano a ballare come pazzi durante l'esibizione dei 30STM sotto l'ovazione di un pubblico sempre più gremito e pronto all'esibizione degli headliner della serata che purtroppo però non ci sarà. La cattiva sorte si abbatte di nuovo su questo festival e una pioggia davvero intensa incomincia ad abbattersi sulla venue portando tutto gli spettatori a ripararsi dove possibile. Una pioggia forte ed intensa che alla fine non lascia scampo a possibili continuazione del festival, troppo rischioso attaccare fili in quelle condizioni. Alla realizzazione dell'impossibilità di poter vedere i Green Day la delusione tra il pubblico è visibile e mentre la maggiorparte del pubblico si avvia mestamente verso l'uscita altri provano a suonare i pezzi dei Green Day a Guitar Hero strappando qualche sorriso. Troppo violenta la tempesta per lasciare speranze e purtroppo quando la sorte si accanisce non è possibile farci molto. Peccato per questo neo in una giornata che era andata perfettamente.

Lunedi 5 luglio 2010
Dopo il nubifragio il pubblico presente sembra decisamente inferiore ai giorni passati. La prima a salire sul palco a riscaldare gli animi dei presenti è Syria …ops Airys, che da poco ha cambiato nome per sottolineare l’evoluzione musicale più verso l’elettro-pop, un pochettino più alternative rispetto ai vecchi ritmi a cui ci aveva abituati. Anche la mise è decisamente differente, un pochino più trasgressiva. Sale sul palco vestita di tutto punto, anche troppo visto il caldo torrido, e pian piano si spoglia fino a restare solo con una conottiera trasparente con solo due cerotti abilmente posti sui “punti sensibili”. Naturalmente il pubblico presente, poco, apprezza e al grido di “nuda nuda” Airys offre anche una buona visuale di ciò che indossa sotto la gonna. La voce di Airys arriva forte e potente e i 20 minuti del suo live sono piacevoli e scorrono veloci, degne di nota sono le canzoni “Ogni volta che penso a noi” e “Tutto quello che hai”. Successivamente salgono sul palco i Club Dogo, celebre band hip hop milanese, ma purtroppo per loro,non si respira l’aria da grande festival, colpa sicuramente del pubblico ridotto. Aprono il concerto con “il mio mondo le mie regole” passando per “Mi hanno detto che”, “Vida loca”, “Sgrilla”, “Una volta sola” e altre ancora giungono a “Puro Bogotà” canzone che chiude il loro live. I N.E.R.D. , band funk rock, invece incontrano inizialmente qualche difficoltà tecnica, tanto che il cantante, Pharrell Williams se la prende con un amplificatore ma pian piano i problemi tecnici si risolvono, lo show continua e la band riscuote consensi, grazie alla grinta e al carisma del cantante e alla bravura dei musicisti Nel frattempo il pubblico comincia ad arrivare e a gustarsi l’esibizione. “Party people”, primo brano della loro setlist, “She wants to move”, “Rock star” e “Lapdance”, brano conclusivo, sono solo alcune delle canzoni proposte e che scaldano la folla in attesa dei Cypress Hill. Ed eccoli arrivare e prender posto sul palco, B-Real, Sen Dog, Dj Muggs e Eric Bobo, in arte Cypress Hill, band hip hop statunitense con almeno 20 anni di successi alle spalle e con un sacco i premi vinti. Ora il pubblico è arrivato e si fa sentire. La band sul palco è completamente a proprio agio tanto da dilettarsi in siparietti comici e gag: bevono e fumano, sembra quasi di osservarli mentre si divertono e cantano alla festa di un loro amico tanto il pubblico è partecipe e l’atmosfera intima. La prima canzone con cui aprono il live è “Em up” alla quale si succedono “Hand on the pump”, “When the shit goes down”, “Kill-a-man”, “Latin lingo”, “Armanda latina”, la celeberrima “Insane in the brain”, “Cock the hammer”, “Rise up” fino a concludere con “Rock superstar”. Alle 21.45 salgono sul palco i Black Eyed Peas, il pubblico presente si aggira intorno alle 20000 persone il caldo torrido pian piano concede un po’ di tregua ma le nuvole sono tornate e comincia a piovigginare. Fergie e Will I A si dividono il palco e l’ attenzione della folla: lui con il suo carisma e la voce forte, lei con la sua fisicità e le sue mise sexy. Lo spettacolo è arricchito da ballerine e da giochi di luci e laser. Si comincia con “Rock that body”, “Meet me halfway”, si prosegue con “Where is the love” fino ad arrivare ad un dj set di Will I Am che attira raccoglie l’ attenzione del pubblico e lo fa scatenare al ritmo di Song2 (Blur), Smell like teen spirit (Nirvana) e Thriller (Michael Jackson). Ma anche Fergie si ritaglia, durante il concerto, uno spazio tutto suo per cantare i brani del suo cd tra cui “Big girls don’t cry”. L’atmosfera è carica e pubblico risponde salta e urla nonostante la pioggerellina che non da tregua. Il concerto prosegue e le canzoni scelte per il finale sono i “Pump it”, “Boom boom pow” e il successone “I got a feelling”. Quello dei Black Eyed Peas è sicuramente uno spettacolo a tutto tondo dove tutto è estremamente curato, non solo le canzoni e i ritmi, ma anche le coreografie e i costumi, le luci e i laser, tutto è fatto per stupire e coinvolgere. I Massive Attack, salgono sul palco un po’ più tardi del previsto a causa di un lieve incidente accaduto ad un tecnico del palco, danno inizio al loro show e coinvolgono i presenti al ritmo della trip hop. Lo sfarzo e l’ allegria degli spettacoli messi in scena dagli artisti che li hanno preceduti si dissolvono lasciando spazio ad un’atmosfera più cupa e suggestiva. Il collettivo musicale di Bristol guida gli spettatori verso una vera e propria trance ipnoide grazie ai ritmi costanti e penetranti e voci con timbriche suadenti. Tutto il loro show spettacolo è incentrato sulla loro musica non c’è nient altro che possa distrarre lo spettatore. La scenografia è minimal, se non del tutto inesistente, i Massive Attack non si limitano al semplice divertimento ma esortano ad una presa di coscienza dei problemi della nostra società grazie ai messaggi mandati in loop sui maxi schermi. Lasciatemelo dire… un’esibizione memorabile, fantastiche "Inertia creeps" e l'emozionante "Teardrop".

Martedi 6 luglio 2010
Affluenza record per l’ultima giornata dell’Heineken Jammin’ Festival 2010: si parla di quasi 46.000 persone, la maggior parte delle quali richiamate dalla presenza di Eddie Vedder coi suoi Pearl Jam. L’ultima giornata di musica sul palco dell’Heineken è decisamente rock: ritorno al rock per il gran finale, dopo una penultima giornata caratterizzata dall’hip hop. Un barlume di maltempo verso le 17 fa temere per il peggio, ma per fortuna nessuna esibizione viene annullata ed il concerto si svolge senza intoppi, e solamente in leggerissimo ritardo, fino a fine programma. I Plastic Made Sofa, la band vincitrice del contest, aprono le danze e si esibiscono per mezz’oretta, lasciando presto spazio ai big. Salgono dunque sul palco di San Giuliano i Gomez, band indie rock di Southport, che suonano per una quarantina di minuti proponendo il meglio del proprio repertorio. I Gossip della giunonica Beth Ditto fanno spettacolo: aprono con “Standing in the way”, animando il pubblico con tutta l’energia e la grande vocalità di Betty (la quale cadrà rovinosamente dal palco, poverina, facendosi anche discretamente del male tanto da essere costretta ad annullare il concerto del giorno seguente a Roma). Si continua con “4 letter words Heavy” e tra le altre segnaliamo anche “Men in love”, “Wavves”, “Love long distance” e “Listen up”. “Heavy cross” chiude l’esibizione della band: si tratta del brano più conosciuto, il pubblico apprezza e si entusiasma. Prima degli Skunk Anansie (tornati insieme nel 2009 dopo ben otto anni di stop), venti minuti di preoccupante pioggia bloccano la musica, che per fortuna però riprende con una scatenatissima e in formissima Skin, la quale non si risparmia, canta a squarciagola, si concede ai fan, si fa sollevare in piedi dalle mani di un pubblico che si esalta con Hedonism ed altri successi ben noti in Italia. Una setlist di tutto rispetto per Skin e soci, caratterizzata dai successi “Because of you”, “Secretly”, “Charlie big potato” e “Little baby swastika” (ndr. ultimo pezzo della loro esibizione) solo per citarne alcuni. Da segnalare che la band ha anche proposto “My ugly boy”, singolo inedito del nuovo album non ancora uscito, accolto come ogni cosa nuova dal pubblico con un po’ di interdizione. Mentre la folla aumenta, arriva il turno di Ben Harper & Relentless7. Diamonds, Keep it together, Better way incantano gli spettatori, che vanno in sollucchero con l’ingresso sul palco di Eddie Vedder, che a sorpresa canta la splendida Under Pressure dei Queen assieme a Ben Harper, duetto che provoca il delirio del pubblico urlante. Harper, con la sua consueta chitarra slide appoggiata sulle gambe, indossa una maglietta con su scritto “Io non me ne frego”, per la campagna sociale contro la povertà. Dal delirio al tripudio, è il momento dei Pearl Jam. Un Eddie Vedder con tanto di bottiglia di vino, che a tratti sorseggia, alticcio, ma non per questo artisticamente meno impeccabile del solito. Brinda col pubblico, lasciando traboccare la bottiglia e creando il clima giusto a soddisfare un pubblico così desideroso di rock di qualità e d’annata. Due ore di concerto, aperte da Given to fly, passando per le famosissime “Jeremy”, “Evolution”, “Small town” e condite anche da due uscite dal palco della band. Ben Harper restituisce il favore, duetta due volte con la band e manda in delirio la massa di spettatori che ormai sfiora le 46.000 persone, rendendo impossibile l’accesso al palco e riempiendo la collinetta di fronte. Al secondo rientro sul palco della band siamo all’apice dell’evento e cosi i Pearl Jam ci deliziano con “Got some”, “Once”, “Black”, “Pil” e “Alive”. Il festival si chiude con una cover di Neil Young, Rockin’ in the free wordl, Pearl Jam e Ben Harper assieme, gran finale di 120 minuti di spettacolo, empatia, storia del rock ed energia musicale pura.


Anche questa edizione dell'Heineken Jammin' Festival se ne è andata lasciando un sorriso sulle labbra ed una piccola delusione per il malcapitato evendo di Domenica. Un festival ben riuscito, di quelli che lasciano il segno. Arrivederci al prossimo anno.




a cura di spunk
un ringraziamento a Goigest, Arianna ed Andrea @ Live Nation, lavaleviola e gioia.


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