Tracklist:
01.
Screwed
Finger
02.
A
Seagull Stole My Vodka Lemon
03.
Bleeding
Beauty
04.
Dichotomy
05.
Oil
On Canvas
La musica strumentale, molto
probabilmente, non è roba per tutti. Bisogna essere capaci di non annoiare ma,
anzi, di catturare completamente l’attenzione dell’ascoltatore e trascinarlo
nella stessa dimensione di chi suona. Gli Into My Plastic Bones in questo sono
dei maestri.
Alla base di “Words I Do Not Say”
c’è sicuramente un bagaglio tecnico non indifferente che non sfocia in inutili
virtuosismi senza capo né coda ma in 5 brani che trasudano un vero e proprio
piacere nel comporli e nel suonarli da parte di Paolo, Leo e Skar (quest’ultimo
non più nella band).
Ma oltre alla tecnica, di questo
lavoro colpisce senza dubbio il lato psichedelico, “macchiato” ogni tanto da
quel prog rock lontano dai virtuosismi di cui sopra.
In tema “psichedelia” la traccia
numero 5 la fa da padrona: 12 minuti di un solo riff e rumori vari, a tratti
inquietanti. Per quanto mi riguarda è il pezzo più bello e interessante di
tutto il demo, per il suo essere così allucinogeno e sperimentale.
Ottime, comunque, tutte le altre
tracce, che tra ritmi energici, riff sincopati e distorsioni affondano le loro
radici nel rock psichedelico senza però legare gli IMPB ad una singola
categoria, visto un altro loro gran pregio: la varietà.
Nel complesso, quindi, un ottimo
prodotto che si distingue per tecnica e inventiva e che va gustato con calma,
scrollandosi di dosso i pregiudizi verso la musica sperimentale, spesso vista
più come sonnifero che come piacere per l’udito.
Bravissimi gli Into My Plastic
Bones, ma attenzione: pare che siano alla ricerca di un cantante. Non so quali
siano i loro progetti ma non riesco ad immaginare un modo di fare musica come
questo se non come è espresso in quest’album. Ma se l’intenzione è quella di
sperimentare anche con la voce, utilizzarla come se fosse uno dei rumori di
“Oil On Canvas”, allora tanto di cappello.