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Tiro alla fune (Un respiro lungo sotto il livello del mare)

Tracklist:

01.    Deus ex machina
02.    Allacciarsi le cinture
03.    Il pilota automatico
04.    A gravità inversa
05.    La legge dei gravi
06.    L'incubo
07.    Strozza il respiro
08.    Tiro alla fune
09.    Il mio perimetro
10.    L'ultimo sogno tra le nuvole
11.    Voglio dare un urlo (Pt. 1)
12.    Voglio dare un urlo (Pt. 2)
13.    Il suicidio del pilota automatico
 


"Un respiro lungo sotto il livello del mare" è il primo album dei romani Tiro alla fune; il loro sound è un acid rock dalle impronte cantautorali chiaramente ispirato alle sonorità di band quali Afterhours o Marlene Kuntz, ma che sa ben miscelare atmosfere care, ad esempio, a Marco Parente. Pur essendo un primo lavoro quest' album ha già una sua complessità nel cercare di dipanare un racconto sonoro lungo 13 tracce certo non banali. Il lavoro si apre con la voce elettronica di "Deus ex machina", che si apre poi in un rock che ricorda molto da vicino i Marta Sui Tubi; un pezzo musicalmente semplice fatto di batteria e chitarre suonate freneticamente ad esaltare il testo surreale che ha il suo apice nel ritornello: "Lascia il tuo cuore ossidare nell'aria/lascialo evadere come lui vuole/Dio lo mostra agli amici al sicuro/che scappi una volta per tutte". Bello l'assolo finale di chitarra, con la batteria che fa da ottimo sparring partner sullo sfondo.
La traccia seguente si intitola "Allacciarsi le cinture", vero e proprio preparativo per questo immaginario viaggio autostradale nella poetica dei Tiro alla fune: il brano è uno strumentale che si avvolge a spirale su alcuni effetti elettronici che si aprono in un'esplosione secca finale che fa da preambolo perfetto per la successiva "Il pilota automatico", la quale è forse il miglior pezzo dell'album, con quel minimalismo e quella dolcezza cantautorali che non stancano mai pur rappresentando ormai un clichè della musica italiana. Lo scheletro del brano è rappresentato da un pianoforte affiancato da minimali effetti che esplodono a metà della traccia per pochi istanti in una batteria quanto mai ritmata supportata da un'eccellente schitarrata in stile rock, rivelando l'anima del gruppo capitolino. Merita ancora una citazione il testo del brano che sembra quasi saper cogliere l'intima natura di quella che altro non è che una macchina, il pilota automatico appunto, per cui "la cintura è un cappio al collo/schiantarsi vuole".

Segue "A gravità inversa", brano in cui una chitarra acustica accompagna inizialmente la voce per poi lasciare spazio a batteria e tastiere creando un pezzo sufficientemente ritmato che dà in qualche modo vita ad un'atmosfera sognante, quella di una canzone di velata malinconia per una storia giunta alla sua conclusione "Apri pure la porta che vado di fretta/lontano da te/per morire spalmato/su un cielo stellato". Il pezzo successivo ha ancora un titolo ispirato alle forze gravitazionali di galileiana memoria, ossia "La legge dei gravi":un minuto e mezzo di sola musica in cui gli effetti elettronici un po' inquietanti (e inquieti) cari ai Tiro alla fune lasciano subitaneamente spazio alle note melliflue di un pianoforte. "L'incubo" è certamente il pezzo con maggior ritmo dell'album, con una batteria che si esibisce in modo elettrico fin dall'inizio, creando poi efficaci dinamiche con la chitarra per tutto l'arco della prima strofa, mentre al momento del bridge il brano ha una deflagrazione ancora in stile rock tra chitarre più potenti ed una batteria che si fa invadente a giusto contorno di una voce "dolcemente gridata".Nel finale il brano si riacquieta in una semplice chitarra coadiuvata da un sibilo che conduce direttamente a "Strozza il respiro", brano caratterizzato prima dal rintocco di una campana, la quale lascia poi spazio ad un efficace violino mentre in sottofondo si sentono conversazioni e voci di stampo televisivo quasi che qualcuno stesse facendo zapping mentre il nastro gira; tutto ciò ritorna poi,come in una spirale, ad essere l'effetto elettronico e i rintocchi di campana di inizio brano.

La successiva "Tiro alla fune" torna su ritmi e tonalità rock con un cembalo che apre la strada a batteria e chitarra e una voce che pronuncia il breve testo in modo frenetico fino al ritornello per quasi tre minuti di rock in stile made in Italy; è proprio da un verso di questa traccia che prende il nome l'intero album. "Il mio perimetro" si apre di nuovo a sonorità più tranquille caratterizzate da una chitarra che sembra cullare l'ascoltatore, costruendo un pezzo d'amore che evita nel testo le classiche frasi melense e semplicistiche di certo pop di maniera "Ancora aspetterò a guardare l'idea/sono il tuo perimetro/devi solo tracciarmi attorno a te" recita la canzone.

"L'ultimo sogno tra le nuvole" è un pezzo in cui il gruppo cerca di valorizzare ancora la vocalità del cantante e l'originalità del testo con un minimalismo musicale fatto di chitarre appena accennate, in modo da creare ancora un'atmosfera velatamente onirica che trasporti l'ascoltatore proprio tra le nuvole citate nel testo.

"Voglio dare un urlo" è un unico brano diviso in due parti di cui la prima è uno strumentale di oltre cinque minuti che costituirebbe il perfetto scheletro di un pezzo di rock cantautorale con le dinamiche tra chitarra e batteria assolutamente efficaci, le quali bene riescono a creare un gioco di attese in chi ascolta, che da un momento all'altro si attende l'inserimento della voce, che però non c'è mai, lasciando invece spazio ad un lungo assolo di chitarra nella parte centrale del pezzo, il quale torna poi a scorrere placido nella sua semplicità di chitarra + basso + batteria,salvo un altro assolo di chitarra nei pressi della conclusione.

La seconda parte di "Voglio dare un urlo" consiste invece in 40 isterici secondi in cui è concentrato tutto il testo del brano, che si inserisce sullo scheletro sentito in precedenza "Voglio dare un urlo che sposti via da qui tutte le nuvole/che raccolga il vento in scatole/senza aria intorno/senza aria intorno".

L'ultimo brano è l'ideale conclusione del viaggio in compagnia dei Tiro alla fune, viaggio che si chiude con "Il suicidio del pilota automatico", pezzo di struggente bellezza in cui c'è spazio anche per la malinconia delle note di un violino mentre flebili in sottofondo si sentono le ultime parole de "Il pilota automatico" ossia "...schiantarsi vuole".Poi più di un minuto di silenzio, il quale cede il passo ad un brano malinconico caratterizzato da una chitarra ritmata e a tratti distorta e,nella parte finale, da effetti ipnotici che sorreggono una voce che sa sia sussurrare che urlare la sua rabbia nostalgica "Prendi pure/tutto quello che/i tuoi amori millantano per te"oppure "Non importa se/mi vuoi credere/soffia forte e spegni/le candeline di polvere".

In conclusione i Tiro alla fune si inseriscono in quella che ormai si può definire la tradizione del rock italiano, e lo fanno con una loro personalità frutto di testi originali e di una semplicità musicale che assolutamente non devono snaturare, ma anzi di cui devono andare fieri.


Aggiunto: 26-02-2009
Recensore: Alessio Gallorini
Voto:
Link Correlati: www.myspace.com/tiroallafuneband

  

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