Tracklist:
01. What women can't live without
02. The Kazakh truth
03. Join our army!
04. 'No' is the answer
05. The female inconstancy
06. Friends of us
E chiediamoci allora senza cosa le donne non potrebbero vivere. Sicuramente non si tratta del duo composto da Matteo Buti (Subhuman) e di Lorenzo Pinto (A:Void), volti abbastanza noti del panorama underground toscano. Tutto cominciò una normalissima sera del 2006; stabilito (da giudici imparziali e oggettivi, ovvero i suddetti) che dovevano per forza essere due inimmaginabili sciupafemmine e latin lovers, decisero di creare qualcosa che li confermasse tali. Nasce così il “metallo estetico” e successivamente il loro demo.
Il platter è composto da sei tracce strumentali in stile progressive. In ognuna di queste è inserita una o più battute estratte da diversi film; gag poste a sottolineare l’inferiorità della donna rispetto all’uomo. Ovviamente questo è umorismo toscano, non c’è da preoccuparsi per la loro sanità mentale. “Borat” costituisce la prima in “The Kazakh truth”, con il suo “…voi pensa che donna debba essere ostruita?” uhm… Il brano è caratterizzato da una ritmica piuttosto accattivante, soli e riff a tratti un po’ thrash/death per quanto riguarda la chitarra di Buti. Si può dire che la parte vocale è rimpiazzata dalle tastiere di Lorenzo, in quanto in alcuni punti seguono una loro linea originale, staccandosi da quella composta dal compare. “Join our army!” presenta un impasto ancora più duro. A tratti sembra di risentire qualcosa di gruppi come Dream Theater e Symphony X, ai quali probabilmente si sono ispirati.
“’No’ is the answer” fa riferimento alla domanda: “Pole la donna permettisi di pareggiare coll’omo?” di “Berlinguer Ti Voglio Bene”. Ma passiamo a “The Female inconstancy”; questo è assolutamente il brano che preferisco a livello ritmico e per l’influenza progressive più marcata. Il tono non decade mai, è sempre sostenuto dall’affannato rincorrersi di tastiera e chitarra. Nel complesso la pasta sonora risulta potente, un pezzo ben articolato a arrangiato nei vari soli e riff. “Friend of Us” presenta un intro più melodico rispetto alle altre tracce dell’album. Partendo dalla quiete delle tastiere, si aggiunge poi la chitarra e gradualmente il ritmo cresce e si rafforza, arrivato al culmine il suono si distende di nuovo e così per la durata del brano.
Concludendo, visto quanto mi sono dilungata, una bella scoperta quella degli Aesthetic Project. Consiglio di ascoltare “What Women Can’t live Without” più e più volte e attentamente, per entrare nell’ottica, oltre che di due ragazzi autoironici e un po’ scemi, di due artisti considerevoli.