Tracklist:
01. Déjà vu
02. Oakleaves
03. Efficiency and bad habits
04. In a maze
05. Custom device
06. Thoughtful anatomy
07. Dead dog
08. Ancient follies
09. Our countries
10. Cogent stories
11. Biting tongues
"The Babel Inside was terrible" è un altro album decisamente non allineato proveniente da oltralpe, dalla Francia e precisamente dalla sua capitale. I "We Insist!", il cui nome deriva dal titolo di un famoso album jazz anni '60, sono un quintetto con già quattordici anni di storia alle spalle, anche se mai nulla di veramente famoso oltre confine. Peccato perché, a giudicare da questo lavoro, i ragazzi sanno dare un bel segno distintivo alla loro musica fatta di elettronica tagliente, chitarra e tastiera aggressive e linee ritmiche serrate nel seguire le prime due.
Il suono è fatto di flussi, di ondate voce-chitarra-batteria e pause necessarie per dare ancora più slancio alla fase successiva e via così uno dietro l'altro. Proprio per questo può essere assimilabile al math-rock influenzato anche da gruppi storici del panorama alternativo quali Tool, Queens of the Stone Age e addirittura i King Crimson. Stringendo il cappio delle assonanze, a me ricordano molto gli Incubus, anche per la somiglianza della voce solista di Etienne Gaillochet, udite bene, batterista dei "We Insist!". Altre influenze derivano dal jazz, dal noise, dal rock nella sua versione classica, punk e metal, e anche dalla psichedelia dei tardi anni '70. Mi sono dilungato sulle similitudini perché hanno uno stile complesso che meritava qualche parola in più. Partono con "Déjà vu", simil punk-rock elettronico, linee ritmiche strette che rallentano man mano lasciando spazio alle chitarre per poi risalire in un loop. "Oakleaves" è veloce, ben suonata, con la tastiera in primo piano e un ritmo che trascina. Commerciale al punto giusto. In "Efficiency and bad habits" si notano molto bene le già citate ondate sonore che partono dal mare di effetti e di elettronica. "In a maze" parte più lenta e mette in risalto le ritmiche, diventando un beat elettronico nel finale. "Custom device" e "Thoughtful anatomy" sono due pezzi che evidenziano la somiglianza con gli Incubus, la prima per il ritmo più "scatenato", la seconda per le variazioni di tema improvvise. Mostrano anche, in "Dead dog", un vero talento nel creare ritmi e jingle che ti entrano in testa partendo da sessioni quasi sconclusionate. Segue "Ancient follies", un pezzo più soft ma di qualità alternativa e "Our countries" che ritorna sul filone principale del continuo cambio di ritmo. Concludono con due chicche: "Cogent stories" e la sua acidità aggressiva che rallenta e riparte sulle note di una chitarra che graffia e "Biting tongues", una traccia liquida, piena di un rumore elettronico che ti porta in viaggio psichedelico.
Con questo album ho scoperto un gruppo davvero interessante, con ottime influenze ma che cerca in tutti i modi di crearsi uno spazio tutto suo. Il genere è convenzionale a tratti e pare la giusta sintesi tra commerciale ed alternativo. La Francia si dimostra ancora una terra molto fertile per il rock alternativo, per l'elettronica e per la sperimentazione, ma che, come dimostrano i "We Insist!", si sa anche vendere bene.
Da tenere d'occhio.