Tracklist:
01. Ciaula
02. Non tengo denaro
03. L'acqua fa male
04. L'ellera
05. Costruiamo palazzi
06. Tutti giù per terra
07. Il sogno s'avvira
08. L'aria della festa
09. Sangue avvelenato
10. Dove andare
11. Na ballata
12. Il temporale
La musica è da sempre una valvola di sfogo, un modo per comunicare sensazioni, idee, opinioni senza troppi filtri sociali e soprattutto in modo diretto e di sicuro effetto. La realtà sociale italiana poi, in continuo decadimento morale e civile, fornisce un impulso in più a chi non si vuole uniformare, a chi non si vuole arrendere. In tale contesto nascono nel 2005 i Kalamu, sestetto calabrese (Kalamu è la sintesi tra Calabria e Musica) che fa della musica popolare la sua base e della musica alternativa l'ingrediente finale.
Tra fisarmonica, flauti e chitarre acustiche nasce un suono particolare sebbene prettamente folk, con tutti i sapori della sagra di paese. Sapori di vita comune, d'allegria contagiosa, di divertimento fine a se stesso, uniti a idee popolari di rivalsa sociale. Trattano temi come la politica del cemento, la fatica di arrivare alla fine del mese, la voglia di un mondo semplicemente migliore, se non per noi almeno per i nostri figli. Partono citando Pirandello nel titolo e scimmiottando il De André di "Zirichiltaggia" ma finendo con l'assomigliare più a Branduardi. In "Non tengo denaro" entra in campo la voce di Irene (voce e flauto della band) che si districa piuttosto bene tra rime e ritmo molto serrati. "L'acqua fa male" è un precetto più che un titolo e Irene si esalta disperata nel spiegare come "il vino fa cantà". Una lunga metafora come "L'ellera" ci porta in una sorta di ska da balera, particolare e tutto da ascoltare. Sale la tristezza insieme alla denuncia sociale di "Costruiamo palazzi" che sottolinea il contrasto tra la crescente disoccupazione e la già citata politica del cemento; in una terra come la Calabria il tema è davvero attuale. Passano poi rapide due tracce sugli ideali falliti e i sogni e le speranze di una generazione che non ci sta e prova a coinvolgere quelli che fanno finta di starci con un ritmo tutto ballabile. "L'aria della festa" è invece un vero spaccato di paese, da sagra domenicale, rivisitato in chiave più pop (ma, in fondo, pop è l'abbreviazione di popular). Un richiamo caposseliano in salsa triste come "Sangue avvelenato" ci introduce a "Dove andare" canzone centrale nell'album che ci comunica da un lato la disperazione sul non sapere dove andremo a finire e dall'altro lato la musica e l'unione popolare vista come via d'uscita comune.
Chiudono prima con un pezzo più etnico ("Na ballata") e poi con "Il temporale" che ci fa apprezzare i Kalamu anche come musicisti a tutto tondo. "Costruiamo palazzi" è un album semplicemente diverso, non allineato, che unisce la nostalgia per la terra e la tristezza della società.
Emerge più di un'imprecisione musicale ma in fondo l'intento di base era ben altro ed è per questo che ci uniamo volentieri alla loro danza sociale.