C’mon Tigre – Intervista

A cura di: Francesca Mastracci

Lo scorso 24 novembre è uscito Habitat, quarto album in studio per uno dei collettivi dal sound più ricercato e sperimentale nel panorama della musica italiana. Il loro stile, intarsiato da fusioni jazz, funk, afrobeat e influenze provenienti da tutto il mondo, si sposa perfettamente con l’etica e l’estetica del duo che ha trovato nel concetto di contaminazione e mescolanza la propria ragion d’essere. Accompagnati da un ensemble di musicisti eccelsi, i C’mon Tigre si muovono in uno spazio in cui il suono e l’aspetto visuale, che si lega fin dall’inizio al loro progetto, rivestono un ruolo prioritario rispetto alla congerie di ciò che trascende il nucleo più autentico della loro arte (tipo il mistero che si cela dietro la loro identità). Piuttosto, il duo ci tiene che si sposti il faro su quello che viene creato e sulla modalità interpretativa migliore in grado di convogliare tutta la tensione e l’urgenza che vi è alla base.

Abbiamo discusso insieme a loro di questo e di come sia nato Habitat, album fortemente radicato nella cultura brasiliana con collaborazioni di alto rango che arricchiscono incredibilmente un lavoro già di per sé composito.

 

Allora intanto vi faccio i miei complimenti per il disco; l’ho trovato estremamente raffinato e pieno di una stratificazione che nel complesso presenta un’armonia incredibile. Che poi questa è generalmente una costante di tutti i vostri dischi e mi dà sempre quel calore e quella serenità che apprezzo molto nella vostra musica. Quindi intanto complimenti per questo.

Intanto grazie, è molto bello tutto questo.

ph. Margherita Caprilli

Avete costruito nel corso di questi quasi dieci anni  una certa riconoscibilità di fondo. Nonostante abbiate all’attivo quattro dischi che sono molto diversi tra di loro, mi sembra che però abbiate creato la delineazione di una sorta di storia divisa in quattro capitoli intorno al concetto di melting pot culturale, no? E quindi come è cambiato il vostro suono, il vostro modo di approcciarvi alla realizzazione dei pezzi in questi quasi dieci anni? Anche dal punto di vista esecutivo.

Esatto, si parla di un percorso. Idealmente quando si fa musica, dovrebbe essere corretto metterci dentro il proprio vissuto, parlare di qualcosa che si conosce abbastanza profondamente e quindi quello di cui ti nutri poi finisce nella tua scrittura. Quindi fondamentalmente non è un processo studiato, ma è un processo fluido che attraversa dieci anni in cui ci siamo messi a fare musica, a scrivere, e è abbastanza naturale che sia un processo organico. Per cui, questa sorta di suono e di gusto per questa pasta sonora, che credo sia uno dei caratteri fondamentali di C’mon Tigre, mano a mano si sia abbastanza consolidato, seppur in parte evoluto.

Poi, come dici tu, capitolo dopo capitolo, album dopo album, è naturale che l’esperienza ti porti a fare delle variazioni, ad avere la tua curiosità che ti spinge ad esplorare cose che prima non conoscevi, che hai conosciuto durante il percorso.  È la vita stessa ti indirizza a fare delle altre scelte e sì, senza dubbio è una cosa molto organica e di solito quello che succede è che uno degli ultimi brani del disco su cui stiamo lavorando in qualche modo getta il seme per il successivo. Ci è successo già un paio di volte in maniera abbastanza evidente. Anche perché durante il tempo di lavorazione di un disco (che è generalmente di un anno, o conta a volte anche molto di più perché noi ci teniamo su tempi molto lenti quindi anche due anni/due anni e mezzo di lavorazione), in quel periodo ovviamente continui a fare esperienze, vivere, conoscere cose e i primi brani che scrivi sono molto diversi dagli ultimi fondamentalmente e gli ultimi si agganciano al lavoro successivo, quindi è veramente un fiume.

 

Guarda, ti dico, secondo me non c’è niente di male nell’avere tempistiche che si protraggono nella lavorazione. Anzi apprezzo molto quando la lavorazione di un disco si prende i suoi spazi e il suo tempo, perché poi magari c’è questa fretta nel voler fare uscire un numero spropositato di dischi a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro e c’è il rischio che non dicano niente o comunque viene a mancare quell’urgenza espressiva che secondo me dovrebbe essere imprescindibile.

Questo dipende secondo me da una da una commistione di fatti cioè può essere che tu sia legato banalmente a questioni che riguardano il tipo di contratto con le case discografiche. Se sei libero, invece, la cosa cambia perché il disco esce quando deve uscire. Ed è pronto per uscire quando tu sei pronto per raccontarlo. Cioè se hai tanto da raccontare, ci metti meno tempo. Se invece te la prendi più comoda perché è un periodo in cui magari stai semplicemente curiosando, il disco avrà un respiro diverso. È tutto molto legato a quello che ti succede intorno nella vita.

E quale pensate sia il fil rouge, appunto, che tiene unita tutta la vostra produzione? Cioè, nonostante insomma, come dicevi tu, poi è l’esperienza ad essere la discriminante essenziale che crea prodotto finale.

Credo che una delle prerogative dei C’mon Tigre, proprio riagganciandomi all’ultima cosa detta, sia proprio che quello che facciamo deve valere la pena. Cioè esce se per noi vale la pena che esca e in qualche modo questo comanda su tutto il resto. Così come i brani singoli comandano poi sull’ensemble che li suonano. Noi abbiamo questa fortuna di essere elastici nella produzione, per cui riusciamo ad assecondare i singoli brani. Se un brano ha bisogno di essere accompagnato da una parte, si coinvolgono i musicisti che possono portarlo da una parte piuttosto che da un’altra, senza per forza rimanere costretti dentro un ensemble che è tipico magari delle band dove hai quegli elementi e quegli elementi devono suonare sempre, senza restare divisi. Questa è un’arma a doppio taglio che da un lato crea carattere ma anche limita parecchio la narrazione. Invece noi siamo piuttosto a favore di quello che facciamo e cerchiamo di assecondarlo il più possibile. Per cui un fil rouge che lega tutti i lavori di C’mon Tigre, sia musicalmente parlando che anche visualmente, è la necessità che queste cose abbiano proprio un senso, che abbiano un posto nel mondo e che non escano tanto perché devono uscire. Il “tanto per” non è proprio nella nostra filosofia, ecco.

 

Però poi nella realizzazione finale è proprio questo a fare la differenza, secondo me.

Beh sì, ma perché comunque siamo tutti partecipi di un’evoluzione del mondo e non ce la sentiamo di contribuire a un inquinamento non necessario. Voglio dire: far uscire delle cose che non hanno senso solo perché, non so, devi stare sulla cresta dell’onda e sfruttare l’onda lunga del disco precedente.  Sai, tutti i ragionamenti di marketing e promozionali che si fanno, tipo che non puoi lasciar passare troppo tempo da un disco a un altro oppure devi uscire d’estate; noi siamo un po’ refrattari a questa cosa, anche in maniera poi forse un po’ autolesionista. Però almeno siamo convinti che quello che facciamo abbia un senso, un proprio posto. E questo vale anche per tutti i lavori visivi che sono usciti. Non abbiamo mai pensato di fare il videoclip con noi che suoniamo per supportare il tour promozionale. Pensiamo che il video debba, a sua volta, avere una valenza artistica, essere indipendente. Cerchiamo di strutturarci lavorando con degli autori, con degli animatori che possono dare a un lavoro d’animazione una sua esistenza al di fuori del anche della musica che facciamo. Poi infatti prendono dei percorsi diversi e vanno per le loro strade, partecipano a festival di cinema, insomma hanno un altro respiro (Donato Sansone ha vinto il premio Best Music Video al LIAF London International Animation Festival 2022 per il videoclip di “Twist Into Any Shape”, e Marco Molinelli è stato premiato in numerosi festival internazionali come il LAFA Los Angeles Film Awards ed il Vegas Movie Awards di Las Vegas per il video di “Behold the Man”, ndr).

E poi un’altra caratteristica dei nostri lavori in cui crediamo molto è la mescolanza come componente essenziale in quello che facciamo. Ci piace molto che la mescolanza sia generatrice di altre cose.

 

Certo! E questa caratteristica è ravvisabile in maniera evidente e molto profonda. Si respirano nei vostri lavori influenze culturali provenienti da tutto il mondo e stimoli che vengono da media differenti. E secondo me il risultato è una musica che è poi una sinestesia simbiotica tra immagini e suono in cui si delineano scenari ben definiti: cioè mi figuro le immagini del disco quando lo sento. Cosa influenza cosa nel vostro processo creativo? Cioè, partire dall’immagine per sviluppare il suono o viceversa?

Non so esattamente rispondere perché questa commistione fa parte in maniera molto naturale del nostro processo creativo di solito. Prima di questo progetto, noi veniamo da un percorso legato all’arte visiva e questa è la nostra storia. Questo si riflette in quello che scriviamo, ma spesso è la musica che porta avanti l’immaginario o comunque lo genera. Immediatamente, nelle prime fasi. Già nei primi nuclei si crea un immaginario visivo che poi, mano a mano che si continua a scrivere, si consolida. Abbiamo la fortuna di avere tantissimi amici che fanno un lavoro che ha a che fare con le immagini: fotografi, pittori, animatori, grafici e tatuatori. Insomma, quel mondo ci risuona molto, per cui sappiamo abbastanza in fretta a cosa associarlo e tendiamo quasi sempre ad associarlo a qualcosa che conosciamo, quindi a pescare po’ da dalla nostra memoria, dalla nostra storia. Con questo creiamo dei link e poi li portiamo avanti. Le immagini mentali sono sempre presenti in qualche modo quando scriviamo musica. Ci è capitato anche a volte di lasciarci influenzare molto dalle immagini prima di scrivere.

 

Okay, d’accordo, capisco.

È tutta una commistione. Torniamo sempre a quel punto.

ph. Margherita Caprilli

In Scenario c’era un pezzo in cui esplorava il rapporto tra l’AI e un essere umano (“Automatic Ctrl”) e se non sbaglio l’immagine che avete scelto come foto promozionale del pezzo con Xênia França (“Teenage Kingdom”) e la foto promozionale del disco con i vostri volti coperti da squame colorate (entrambe di Margherita Caprilli) sono frutto di intelligenza artificiale? Dico bene?

Sì, cioè, non completamente. L’AI viene usata come strumento sopra foto scattate. Crediamo comunque che non si possa rimanerne fuori l’utilizzo di tali strumenti, ma allo stesso modo bisogna cercare di capire che cosa si può e che cosa valga la pena utilizzare o no delle nuove tecnologie, che personalmente mi incuriosiscono molto. E quindi sì, nella sperimentazione c’è anche questo, occhi aperti sull’uso dell’intelligenza artificiale. È una cosa che rivoluzionerà in maniera piuttosto profonda i processi creativi, sia nella scrittura che nelle immagini che nel suono ed è davvero profondo come cambiamento. In parte, però, è una cosa che più o meno in qualche modo si faceva già quarant’anni fa in maniera pionieristica. Se penso a David Bowie che si era fatto programmare una sorta di generatore random di concetti e di frasi quando nei suoi periodi più stanchi magari era a corto di idee, lui si faceva stimolare la fantasia con questi concetti random che poi ovviamente approfondiva. Erano dei semi e, se si usano in questo modo, è molto bello. Attraverso un processo di casualità si può far arrivare la mente in posti dove magari non saresti arrivato senza uno stimolo del genere.

 

È comunque un aspetto molto interessante da esplorare e vedremo dove ci porterà.

Quello sicuramente.

 

Allora, invece per quanto riguarda Habitat: come si inserisce all’interno della vostra discografia e qual è nello specifico l’habitat a cui vi riferite?

Nasce da un’urgenza, un’esigenza emotiva in noi abbastanza forte. Abbiamo composto questo album volendo proprio fare qualcosa che ci facesse sentire più leggeri. Noi siamo abituati a non essere troppo chiari; dall’inizio del nostro viaggio comunque ci portiamo dietro una sorta di malinconia latente che colora gli album di scuro. Nei lavori precedenti ci sono stati dei momenti in cui non c’era tanta luce, non che questo ci dia fastidio però in questo preciso momento avevamo bisogno di altro, soprattutto dopo gli ultimi anni passati. Ed è inutile anche parlarne del modo in cui questo buio sia stato così pesante per tutti, anche se magari non ce ne siamo più di tanto accorti. Ma la nostra vita fondamentalmente ha subito dei cambiamenti devastanti a livello inconscio. Questa cosa secondo me ha ci modificato, a nostra insaputa, e noi avevamo bisogno di recuperare un po’ di vita, di vitalità e quindi l’abbiamo fatto per noi.

Soprattutto, c’è stata una spinta verso un certo tipo tipo linguaggio per articolare questa urgenza e siamo andati a finire dalla parte opposta del mondo. E questo ci è arrivato mentre portavamo in giro Scenario, o anche un pochino prima visto che poi “Kids Are Electric” (che è stata una delle ultime tracce che abbiamo composto per Scenario) già annunciava questa influenza brasiliana questa samba, questo forrò latente sotto che dà il tempo a tutto. Quello è stato il seme per Habitat: abbiamo iniziato a fare degli ascolti di questo tipo collegandoci a vecchi dischi che ci sono stati regalati da amici brasiliani, il che ci ha innescato dentro un processo di ascolti e di curiosità. E abbiamo capito che quella cosa ci avrebbe divertito molto e quindi abbiamo iniziato ad approfondire e dunque il Brasile è diventato il linguaggio che volevamo usare. La samba dà questa sorta di vitalità all’ennesima potenza, comunque condita con una malinconia che la musica brasiliana si porta dietro nelle sue sue varie forme. C’è tanta malinconia, anche nel modo di fare festa e questo è molto nostro. Per cui, il motivo centrale è stato questo voler creare un ambiente dove per un po’ poterci sentire meglio, più vitali, immaginandoci anche come sarebbe poi stato portare queste canzoni sui palchi, quindi all’aspetto energetico della musica proprio per raccontarla. Ne avevamo bisogno

 

A proposito di questo, è previsto, immagino, un tour promozionale del disco? Sono uscite le date del tour, o sbaglio?

Sì sono uscite da poco.

• 10.02–BOLOGNA–TPO •  21.02–MILANO–Santeria •  22.02–TORINO–Hiroshima Mon Amour

07.03–ROMA–Monk  •  08.03–MOLFETTA (BA)–EremoClub  • 15.03–PORDENONE-Capitol •

Biglietti qui

L’ultima volta che vi ho visti è stato in epoca pandemica ed era un contesto strano perché era questo festival ad Empoli d’estate e si poteva assistere al live stando seduti sul prato su delle coperte e distanziati.

Mi ricordo.

 

Però fu magico allo stesso modo, anche in considerazione del fatto che la musica stava ripartendo e c’erano questi primi squarci insomma di musica live. E fu veramente incredibile ascoltarvi anche in quella circostanza.

Fu bello anche per noi, anche se in effetti non avere così tanto contatto con voi in quel periodo era stato molto difficile. E questo secondo me è uno dei tasselli del puzzle che vanno a comporre quella sorta di pesantezza di cui ti parlavo e quella voglia di energia, di contatti, di sudore e di vicinanza che abbiamo cercato di ricreare con questo disco. Perché ce n’è bisogno.

 

Sono d’accordo! Invece, seguendo quella che è diventata una po’ una tradizione per voi, anche in questo disco figurano molte collaborazioni con artisti internazionali.  In particolare in Habitat troviamo la presenza con Xênia França, Seun Kuti, Arto Lindsay e per la prima volta, se non sbaglio, anche con un artista italiano, Giovanni Truppi.

 Sì sì, è corretto. Ognuno di loro ha la sua storia. E se vuoi vado proprio veloce veloce e te le racconto. Con Seun Kuti, abbiamo avuto un concerto insieme, abbiamo condiviso un palco e ci siamo conosciuti più o meno in questo modo e poi ci siamo trovati in studio e abbiamo lavorato soprattutto sul concetto di ritmo. La sua collaborazione è proprio basata su una componente particolarmente ritmica. È stato figo, seppur molto faticoso per noi. Siamo sempre stati influenzati molto dalla musica proveniente dall’Africa e lui al momento è uno degli esponenti più alti di quel genere ed è stato bello chiudere un cerchio in questo modo. Con Xênia França e Arto Lindsay invece c’è stato un abbraccio a distanza. Non li conoscevamo, li abbiamo cercati e loro ci hanno risposto. Onestamente, ci siamo anche un po’ sorpresi di queste risposte che abbiamo avuto, perché sono stati molto presenti entrambi. Arto Lindsay per noi è un gigante della sperimentazione e siamo felicissimi di aver lavorato con lui perché rappresenta in maniera molto forte quello che noi cerchiamo: lui è meticcio, metà americano e metà brasiliano, quindi era un link che andava perfettamente a sublimare il pensiero che avevamo su questa mescolanza di generi e di tradizioni. Xênia França, invece, poi una settimana dopo averla contattata, ha vinto il Latin Grammy e nonostante insomma tutte le sue cose da fare e la sua vita piena di impegni, è riuscita ad entrare dentro il brano in una maniera molto profonda, cambiandone il significato. È stato bellissimo lavorare con loro. E con Giovanni invece c’è una partenza legata a un’amicizia profonda perché condividiamo da qualche anno un uno studio molto grande a Bologna e lui è entrato nel nostro studio. Si è trasferito a Bologna da Roma diversi anni fa, ci siamo conosciuti e ci siamo piaciuti molto da subito, da quando è entrato anche lui nel nostro spazio e si è costruito il suo. E quindi prima c’è stato un rapporto molto legato all’amicizia, poi a un certo punto ci siamo detti che sarebbe stato bello fare qualcosa assieme. Ed è stato assurdo perché noi stimiamo profondamente il suo modo di scrivere e ci piace allo stesso tempo lavorare di contrasto, cioè mettere assieme delle cose che accendono delle scintille per vedere cosa succede. Questa cosa nel pezzo che volevamo fare con Giovanni ci ha stimolato molto. Ci siamo detti di provare a fare un esperimento con lui, cercando di visualizzare proprio il concetto di questa specie di seduta analitica condivisa. E poi quello che ne è venuto fuori è un risultato che ci piace tantissimo e la sento un po’ come la quota sperimentale di questo album, la mosca bianca.

 

La butto lì: l‘aggancio per il prossimo disco

AHAH! Su questo non lo so perché forse è ancora troppo presto per ragionarci.

Perché, sai, in fondo Habitat rispetto ai nostri lavori precedenti, è stato chiuso più velocemente e non ha un vero e proprio embrione di quello che vorremmo fare nel futuro. Ora vorremmo prenderci un po’ di tempo.

 

Certo, ha senso! A proposito del pezzo con Truppi, nel ritornello si parla di una tigre feroce e dolce. Avete scelto la tigre come vostro animale totemico? Lo percepite ancora come tale?

Ormai la tigre è diventata per noi una sorta di simbolo di tutto. Perché è un animale che porta in sé una complessità molto grande, forse molto più di tutti gli altri animali ha quell’aspetto di inafferabilità su tanti punti di vista. Ha molte caratteristiche che la rappresentano: l’eleganza, la violenza, il mimetismo, la raffinatezza, la silenziosità. Ma poi è simbolo di pace, di rabbia. Mi piace questa complessità. E poi è estremamente bella.

 

Il che mi sembra coerente anche con il fatto che comunque gran parte del vostro immaginario è legato alla ricercatezza anche a livello visivo, è giusto anche scegliere qualcosa che sia esteticamente bello.

AHAH, certo! Non fa una piega.

 

Grazie di nuovo e complimenti per tutto. Prossima volta che venite a Roma ci sarò

Con molto piacere! Non vediamo l’ora. Grazie a te.

 

 

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