Conosciamo meglio i Voina Hen

“Questo è un disco che urla e che strepita. Un disco che odia con forza ma con il sorriso stampato in faccia. Un disco che non accetta il futuro e che sputa in faccia a chi, dopo anni di caviale, adesso offre solo avanzi”. Lo definiscono così Voina Hen il loro crudo e graffiante disco d’esordio (dopo un ep di due anni fa). Con la stessa squadra dell’ep al loro fianco (Manu Fusaroli, ovvero uno dei produttori che ha fatto la storia dell’indie italiano, e Marco Di Nardo, Ma de Po), avanti tutta con testi sempre “sul pezzo” e una naturale propensione a scrivere pop songs indie rock che suonano da subito dei classici.

Il posto che ami e che odi di piu della tua città e perché (corredati da foto e link).

Sarebbe figo dire che odiamo la nostra città, dandoci un tono da band di provincia in ascesa. Ma non sarebbe la verità. Noi amiamo la nostra città e la sua placida calma piatta. E l’amiamo sopratutto perché ci permette di lamentarci. Se vivessimo a Milano non ci sarebbe permesso, perché avremmo troppe cose da fare. Non avremmo scuse o alibi. Penso sinceramente che la lamentela sia la più grande conquista dell’uomo moderno. Mi permetto di citare due posti della mia città dove amiamo ubriacarci e lasciarci rubare il tempo, anche perché del tempo non ce ne può fregare di meno. Il primo è la Birreria La porta. Un tempio del bere bene gestito da una manica di pazzi sotto una storica porta medievale. L’unica cosa certa in quel posto è l’ora di entrata, il resto è gestito dal caos nella sua forma più dissoluta. Il secondo è il chiosco” The Cat” del mitico Biagio. Un oasi nascosta nel centro della città dove tutti ti chiamano per nome e stappano la tua birra preferita prima che possa poggiarti al bancone. Un posto dove abbiamo allenato i nostri vizi fino a renderli virtù. Un posto dove ti senti a casa.

Ci sono libri, mode, musiche o posti che hanno influenzato il disco?

Il disco è stato un parto lungo e doloroso. Nel periodo di gestazione di musica, libri e “mode” ne sono passate tante nella nostra saletta ammuffita. Sinceramente non saprei dire quali hanno avuto un influsso maggiore rispetto ad altre. Sicuramente il disco è permeato dall’atmosfera di disagio che vive la nostra generazione. Questa coltre di nebbia che offusca quello che gli altri definiscono futuro. L’incertezza e la rabbia sono state le influenze più pregnanti di questo disco.

Definisci in poche righe il disco

E’ una domanda difficile. E’ come chiedere ad un padre di descrivere in poche righe il figlio. Siamo ancora troppo coinvolti e non riuscirei ad essere lucido. Lo riempirei di elogi che magari non merita. Una cosa che posso dire e di cui mi sono accorto soltanto poco tempo fa è che questo disco ha un filo che lo regge. Un minimo comune denominatore che lo lega. C’è un messaggio che copre tutto l’arco del disco. La mia generazione è sull’orlo di un clamoroso fallimento. Un fallimento che non avevamo previsto o che abbiamo fatto finta di non vedere. Abbiamo messo tutte le nostre energie in strade che altri ci hanno consigliato o su cui ci hanno direttamente spinto. Abbiamo creduto così fortemente nel futuro che ci avevano promesso che quando questo si è sgretolato siamo rimasti spiazzati, immobili, in preda al panico di fronte al disfacimento dei nostri sogni. Nonostante questo possa sembrare tragico e deprimente ho infine realizzato quanto in realtà sia una benedizione. Non siamo più costretti ad essere all’altezza dei nostri desideri o di quelli dei nostri genitori. Possiamo imparare, un passo alla volta, a non essere perfetti, a fare non quello che dobbiamo, ma quello che possiamo. O meglio ancora: quello che vogliamo. Questo disco parla della nostra trionfale sconfitta.

Definisci Il tuo guardaroba (con foto armadio se possibile).

Ho smesso di scegliere i miei vestiti anni fa. Quando ho incontrato la mia ragazza. Prima mettevo pantaloni a zampa, maglioni a quadri con colori sgargianti e maglie bucate degli Iron Maiden. Non lo facevo per svogliatezza, erano scelte ragionate e questo rende la cosa ancora più spaventosa. Quindi una foto del mio armadio, che comunque è in evidente stato di decomposizione, non renderebbe giustizia delle mie scelte in fatto di moda. L’unico punto su cui non transigo è la scelta dei calzini, mio marchio di fabbrica. Vi allego quelli che metto sempre quando suono. Sono i classici calzini di spugna americani con strisce rosse e blu. Mi danno un grande senso di nerdaggine anni 90′ e la cosa mi esalta parecchio. Ne sono sempre stato affascinato ma riuscivo a trovarli solo al mercato e di bassissima qualità. Adesso sono tornati di moda grazie all’Hipsterismo dilagante e io non posso che esserne contento. Anche se adesso costano un culo di soldi.

Tua musica preferita per fare sesso?

Non ascolto musica quando faccio sesso. Scegliere la musica per fare sesso è sintomo di preterintenzionalità. E la preterintenzionalità presuppone aspettative. E le aspettative mi mettono ansia. E poi si sa che succede. Ma con una pistola alla tempia direi Battisti. Quello del periodo americano. Quello di “Io, Tu, Noi, Tutti”.

Qual è la cosa più bella del suonare dal vivo?

Quando il pubblico canta le tue canzoni. Quando vedi le labbra di altri muoversi all’unisono con le tue e nonostante il casino che c’è sul palco riesci a percepire il suono di altre voci. Un orgasmo. Naturalmente questo apice di piacere non si raggiunge se a cantare sono solo i membri della tua famiglia con cugini e nipoti annessi. In quel caso probabilmente stai sbagliando qualcosa.

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