Intervista An Harbor

Da poco è uscito il suo album d’esordio MAY, interessante lavoro di sperimentazioni e sonorità calde che hanno tutto il sapore del rock d’oltreoceano. Lui è Federico Pagani, in arte AN HARBOR, cantautore piacentino che ha partecipato ad X-Factor, venendone però escluso troppo presto. Ma forse questa è stata la sua grande fortuna, perché da quell’esperienza è rinato e ha iniziato a lavorare su questo suo “disco delle possibilità”. Ora è impegnato in un tour promozionale che lo sta portando a fare il giro dell’Italia. Noi lo abbiamo incontrato prima di un live e questo è quello che ci ha raccontato.

Com’è nato AN HARBOR: qual è stato l’avvenimento che ha segnato la metamorfosi di Federico in AN HARBOR?

Diciamo che è stato casuale, nel senso che avevo scritto un po’ di pezzi; ho sempre scritto canzoni così, poi le tenevo nel cassetto o le buttavo via. A un certo punto ne avevo un po’che mi piacevano e ho iniziato a dirlo agli amici e una volta è capitato che ci fosse da aprire una serata in cui suonavano delle band e chi organizzava ha detto: “vuoi venire a suonare qualche pezzo tu?” e io ho detto “boh, ma sì dai, proviamo!”. Non avevo mai suonato da solo … e niente, mi sono lanciato, inventandomi questo nome un po’ pretenzioso forse, col senno di poi.

Con una storpiatura semi-volontaria (grammaticalmente, in inglese sarebbe corretto ‘a harbor’)

Sì, infatti, con la storpiatura per ricordare la città di Ann Arbor, Michigan, da dove sono nati gli Stooges e MC5 … sì, è un po’ cervellotico, un po’ pretenzioso. Avrei voluto cambiarlo mille volte eh, ma ormai ce l’ho e me lo tengo.

Si può dire che sia stato un errore con un esito positivo però. Quanto sono state importanti per te le scelte sbagliate, gli errori, e i “no” che hai ricevuto nella tua carriera? Cambieresti qualcosa?

Ma guarda io cambierei sempre tutto. Forse. Ma in realtà sono sempre contento degli errori e, anzi, alla fine è proprio da quelle cose lì che impari a migliorarti e aggiustare il tiro su quello che stai facendo. Se per i “no” ti riferisci a uno in particolare, quello in realtà è il “no” che m’ha fatto meno male di tutti, nel senso che era un gioco, ci sono finito per caso e allo stesso modo ne sono uscito. Forse è apparso in un modo diverso da com’è andata la vicenda; io non me la sono presa assolutamente, anzi … per me era già tanto essere arrivato lì!

MAY: possibilità, maggio, speranza, rinascita, primavera. Cosa ti riserva questo futuro invernale?

Chi lo sa. Nel concreto questo futuro invernale mi prospetta un lungo tour ,che ho già iniziato da un po’. Così serrato non lo avevo mai fatto, non avevo mai fatto così tante date in così poco tempo ed è molto bello. Un’esperienza strana: è stancante, ma allo stesso tempo ogni sera è molto eccitante … davvero molto bello! Poi vediamo; vediamo questo disco se continuerà a crescere piano piano e a conquistare sempre più persone, una persona alla volta. Io c’ho veramente investito tutto e per me è il disco della vita, quindi spero che sia il disco delle possibilità.

Nel disco è presente il duetto con Giulia (Tigh Eye). Com’è nata questa collaborazione?

È nata anche questa in modo molto casuale e spontaneo. Stavamo lavorando al pezzo “Like A Demon” e l’arrangiamento in quella parte a un certo punto nel bridge è cambiato: è diventato più suffuso, delicato. La mia voce non si adattava più troppo bene: o era troppo prepotente, o era troppo invasiva, o anche, se cercavo di cantarla più piano, non era così convincente, e allora Cristiano, che è il ragazzo che ha prodotto con me il disco, m’ha detto “perché non proviamo a far cantare una ragazza?” e allora io ho iniziato a pensare a chi avrebbe potuto cantare quel pezzo e un giorno mi sono imbattuto completamente per caso in un pezzo di Giulia, che io non conoscevo assolutamente … e ci sono rimasto secco! Ho pensato “in Italia, una ragazza che suona sta roba da dov’è uscita?”. Non ci potevo credere e allora l’ho contattata subito su facebook e lei è stata disponibilissima a collaborare con me ed è uscito il pezzo.

C’è qualche altro artista con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?

Il panorama della musica italiana offre molte voci femminili che si presentano essere estremamente interessanti … ad esempio mi affascinano molto Birthh, Matilde Davoli e Adele degli Any Other. Ma non mi dispiacerebbero nemmeno collaborazioni con producer di musica elettronica.

Tu citi ON THE ROAD, il capolavoro di Kerouac, l’inno del viaggio libero da qualsiasi vincolo, semplicemente sulla strada. Eppure il tuo nome tradotto dall’inglese significa ‘porto’. È più forte in te il desiderio di andare o quello di tornare?

Bella domanda! Sicuramente l’apertura a nuove sperimentazioni mi affascina, ma allo stesso tempo resto fedele alle mie radici, alla componente acustica che non mi abbandona mai. Diciamo che resto sempre in bilico, in tutto quello che faccio. Che un po’ è vero di tutto ciò che sono, del mio essere. Mi piace restare sospeso tra più possibilità, tra più alternative, e non precludermi a niente.

A proposito di aperture, il tuo lavoro ha il sapore internazionale, non soltanto nella scelta dell’inglese come lingua per i testi, ma anche nel sound. Hai pensato di farti sentire anche all’estero?

Beh certamente sarebbe un sogno, che però allo stesso tempo mi spaventa anche. Magari chissà un giorno mi piacerebbe farmi conoscere anche al di fuori dell’Italia. Mi piacerebbe andare in America, non lo nego, magari partendo prima dall’Europa. Un po’ mette paura l’andare oltre, ma sarebbe certo un’esperienza stimolante

E tu hai tutte le carte in tavola per poterlo fare!

A cura di Francesca Mastracci

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