Intervista Collettivo Ginsberg

Intervista Collettivo Ginsberg – risponde Cristian Fanti


I Collettivo Ginsberg sono una band Italiana che ha rilasciato recentemente il secondo album. Se è vero com’è vero che il secondo album è sempre il più difficile, noi di Ondalternativa che l’abbiamo ascoltato in anteprima possiamo dire di andare tranquilli perchè la prova è stata decisamente superata. Stilisticamente parlando questo gruppo si inserisce in quel filone di musicisti rock che mischia testi molto ricercati a un rock tanto attento alla struttura musicale quanto ben costruito, con in più fortissime influenze jazz e blues.

1. Una cosa che mi piace sempre chiedere nelle interviste è l’origine del nome. Per quanto basti un primo ascolto per intuire le ragioni della scelta di Ginsberg, quello che mi interessa è il perchè del "Collettivo". C’è un senso particolare o è soltanto perchè suonava bene?

La parola “Collettivo” è forse più carica di significato (per noi) di quanto non lo sia “Ginsberg” e vuole significare proprio quello che intende! Volevamo formare un gruppo (un’orchestra!) che fosse l’insieme delle esperienze di tutti, non di un singolo con dietro dei musicisti e già dalla scelta del nome ci sembrava importante dare dei chiari riferimenti.

2. Da quello che ho potuto leggere in giro, la vostra vita come gruppo nel periodo successivo all’uscita del primo album è stata abbastanza travagliata con cambi di formazione anche molto importanti come l’abbandono di un co-fondatore. Chi è rimasto come ha trovato le motivazioni per andare avanti con questo progetto nonostante la rivoluzione avvenuta?

Andrea Rocchi, co-fondatore nel 2004, ha “abbandonato” per cause di forza maggiore, è diventato padre ed ora vive a Grosseto. Per forza di cose non avrebbe più potuto partecipare attivamente, anche se poi in realtà è stato uno del CG a tutti gli effetti perchè ha registrato con noi, la sua chitarra Dobro, in ben 3 brani presenti nell’album: L’artiglio, Papa Morte, Ho cercato i tuoi occhi. Con l’uscita di Andrea, e con il contemporaneo abbandono da parte di altri due membri della formazione originale, ci siamo trovati in tre (io, Federico Visi – chitarra – e Alberto Bazzoli – tastiere) ad inizio 2011 ed abbiamo dovuto prendere una decisione forte: mollare tutto o andare avanti. Abbiamo contattato Eugenioprimo (già batterista con Alberto in numerose formazioni jazz) e Gabriele (contrabbassista di diversi progetti di stampo folk-popolare) ed deciso, non solo di andare avanti, ma di cambiare rotta: via l’inglese come lingua principale e spazio all’italiano e al dialetto romagnolo. L’incontro con Marco Bertoni (produttore) ha fatto esplodere la voglia di registrare un nuovo album partendo da alcuni miei provini risalenti al 2009. Così, giusto per dare uno schiaffo alla malasorte!

3. Asa Nisi Masa è stato prodotto in crowdfunding utilizzando la piattaforma Musicraiser, uno strumento sempre più utilizzato per produrre dischi, sia perchè gli investimenti in cultura in Italia sono pressochè inesistenti sia perchè, penso, lascia comunque più libertà di movimento nel creare un disco. Voi come avete deciso di utilizzare questa piattaforma?

Chiaramente per necessità e perchè ci sembrava un buon modo per “testare la fan-base” … avendo raggiunto l’obiettivo, superando la soglia, direi che l’esito del test è stato positivo!
Comunque, giusto due parole sulla questione “investimenti in cultura” in Italia: è una vergogna. Nel resto d’Europa la cultura è una parte importantissima anche del sistema economico, perchè permette a tanta gente di vivere creando beni di consumo, le “opere d’arte”, che oltretutto servono (o per lo meno dovrebbero servire) allo sviluppo spirituale del resto dell’umanità.

 4. Dal punto di vista musicale mi ha colpito molto il fatto che nonostante Asa Nisi Masa sia un album dalle forti influenze Jazz/Blues, non disdegni affatto discese nel rock più "caciarone", con suoni veloci e distorti e liriche urlate in maniera quasi sguaiata, in una sorta di Punk musicalmente intelligente. qual’è stata la genesi musicale del disco?

Abbiamo scavato nel profondo del nostro inconscio musicale, strappando le radici di ciò che ci aveva influenzato nel corso degli anni per poi lavorarle come si fa con la creta grezza, con un po’ di cut-up a destra e a sinistra abbiamo tirato fuori un bel vaso … da notte! … nel senso che “Asa nisi masa” è un disco scuro, sanguigno che spazia in “violenza” sonora come la luce del cielo notturno, dal tramonto all’alba.


5. Quali sono, per rimanere in tema, le vostre ispirazioni musicali? Chi vi ha influenzato maggiormente nella stesura delle musiche?

Eh, bella domanda alla quale non so rispondere realmente. Siamo stati influenzati da talmente tanti fattori, musicali e non, che mi risulta difficile anche solamente dirne alcuni. Posso dire che ognuno ha portato la propria esperienza in ogni componimento. Io, prevalentemente, ho proposto i testi e le basi primitive su cui erano stati – momentaneamente – adattati; Alberto ed Eugenio arrivano da studi di jazz e classica; Gabriele ha un’impronta più folk-popolare; Federico è, invece, più incline a musiche sperimentali in senso lato; Marco Bertoni ha buttato tutto in un bel calderone e ha acceso la fiamma!

6. Parlando invece delle canzoni il primo singolo, "Canto erotico primitivo", è quello che secondo me meglio rappresenta quanto detto sopra. È cioè una summa dell’album, ricercato e al tempo stesso profondamente violento. Che ne pensate, com’è nata e come si è sviluppata questa canzone?

Questo pezzo è nato quasi per caso, già a registrazioni iniziate. È nato tutto dopo aver visto un filmato di un vecchio film in cui Marlene Dietrich cantava “Hot Voodoo” vestita da gorilla. Musicalmente abbiamo riproposto la sezione ritmica di quel brano, inserendo un ritornello che non aveva niente a che fare con la parte musicale precedente. Per quanto riguarda il testo è un cut-up di vari scritti: tutta la prima strofa è una traduzione adattata di un canto Tuareg; il resto del testo è composto da riadattamenti di scritti di due poeti dialettali: Tonino Guerra e Giuseppe Bartoli.

7. Già che siamo in tema, volete parlarci un po’ anche di "How to cut up"? Presi bene dal crowdfunding avete deciso di fare anche un crowdfilming per il video?

Beh, direi di no! Il progetto “How to cut up” è un’idea di Alessandro Di Renzo, regista italiano residente a Barcellona – nonchè caro amico del gruppo, e vede la partecipazione attiva di tutti i membri della band, assieme a Marco Bertoni e Tim Roeloffs, nel creare giorno dopo giorno tutti i brandelli che poi avrebbero composto il video finale. E così è stato, con risultati decisamente sopra ogni aspettativa! Il lavoro di Alessandrò è stato fondamentale, sia in fase di creazione del progetto, sia fase di direzione – con i vari temi settimanali ed i consigli che dispensava a tutta la troupe, sia in fase di montaggio finale. Il progetto poi è stato supportato dalla casa di produzione spagnola Perla28 e da Seamount Production (UK), oltre ad avere sostegno sia spirituale che pratico di Tim Roeloffs … insomma abbiamo riunito persone di quattro diversi paesi europei, un bel risultato!

8. "Come Quando Fuori Piove" è una canzone molto calma e riflessiva. Essendo la canzone che apre l’album ed essendo in dialetto è quasi fuorviante su quello che attende l’ascoltatore. Tuttavia secondo me è una delle più interessanti. Partendo dal titolo, ovvero il modo usato da mia nonna per indicare che aveva carte di 4 semi diversi quando giocava con le sue amiche a 31, mi piacerebbe che mi parlaste un po’ di questo pezzo.

Innanzi tutto diciamo che il testo è una breve poesia in dialetto romagnolo, penso risalga più o meno a circa tre anni fa e recita più o meno queste parole (traduzione brutale): che mi scoppiasse il cuore, vederti senza sentire l’odore / che mi scoppiasse la testa, essere un bimbo senza avere una festa / è oltre mezzanotte, la luna è sopra la terrazza, mi vedo da lotano, pareva ci fosse della rugiada sopra la mia faccia. Il titolo – e il suo significato – ha a che fare in senso stretto con l’ultima frase del testo (e pure mia nonna usava dire la stessa cosa giocando a carte!) …

9. Per "Quindici secoli di solitudine" dubito si possano fare domande, è una canzone fortemente lasciata all’interpretazione dell’ascoltatore e a me sembra quasi una sorta di manifesto generazionale. Vorrei mi parlaste un po’ di questa canzone, del suo testo e della sua musica, dal vostro punto di vista approfondendola quanto più possibile.

Il testo ha avuto una stesura lunghissima, ricordo di averlo iniziato a scrivere in Irlanda nel 2007. Il testo è a tratti autobiografico e racchiude in se diverse citazioni di autori letti durante il corso degli anni, essendo l’ultima stesura del 2011 circa. Direi che è più simile ad un lavoro di ricerca piuttosto che alla scrittura in senso stretto di un racconto breve. Musicalmente ci sembrava opportuno creare un climax, intenso e ascendente, che seguisse passo passo il testo declamato. È il brano con cui chiudiamo i live e per noi è una sorta di esorcismo, vissuto – a tratti – come un brano free jazz. È uno sfogo incredibile suonare “Quindici secoli”: è un po’ come avere tra le mani, contemporaneamente, una mazza chiodata e … carta bianca nel farne l’uso che più ci aggrada!

10. Un’ultima domanda su Asa Nisi Masa: Mi piace molto "Ho cercato i tuoi occhi", una sorta di Jazz sperimentale con un testo molto bello. Una canzone d’amore che se ascoltata dalla sesta parola in poi potrebbe sembrare qualunque altra cosa. Come vi è vento in mente di strutturare così le liriche?

Mi sembrava interessante proporre un testo senza un classico ritornello (inteso come ripetizione, su una parte musicale “forte”, di una determinata serie di parole o frasi) su una musica, invece, ben definita da una classica struttura blues.
Non solo, abbiamo addirittura esagerato pompando il tutto con le bellissime voci gospel registrate da Rønnaug Tingelstad (cantante e violinista norvegese) e la Dobro di Andrea Rocchi. Per quanto riguarda la struttura delle liriche, posso dire che ho semplicemente fatto quello che mi sentivo: ho masticato il mio vissuto personale, a livello d’esperienze e di ascolti, sia per quanto riguarda gli argomenti trattati, sia per la parte più tecnica di scrittura, e l’ho risputato a volte di getto, altre volte lavorandolo ancora un poco.


11. Tornando a questioni più terrene, il vostro album è appena uscito e adesso avete in prospetto alcuni live, ma quali sono i progetti per il futuro? Avete già iniziato a lavorare a qualcosa di nuovo?

Si, e … se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano (George Orwell). Grazie Wikiquote.

Intervista a cura di Pucc

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