Intervista If I Die Today

Sono forse la sorpresa del 2015, con un disco – “Cursed” – capace di riscrivere l’identikit di una band tra le più promettenti nel panorama hardcore melodico recente. Ma qualcosa sembra essere cambiato in casa If I Die Today, un malessere interiore tramutatosi in musica dannatamente forte, metal. A raccontarci tutto è il frontman Marco Fresia.

Parlando di “Cursed” ho citato un brano dei Cripple Bastards, “Italia di merda”. Preparando questa intervista sto ascoltando gli Slayer. A cosa dobbiamo il saper trasmettere un mood così “nero”? E da dove arriva tutta questa intolleranza generale?

Beh se ascolti i Cripple Bastards e gli Slayer vuol dire che ci stai simpatico a prescindere. “Cursed” è nato in un momento di grossi problemi personali, ma è anche la giusta evoluzione a tutto il nostro lavoro precedente. Fidati che, se ci sei dentro e vedi tutto il processo, tutto ha un senso.

Tornando su schemi classici da intervista musicale devo dire che “Cursed” mi ha colpito moltissimo. E’ un lavoro che di italiano ha poco o nulla, seguendo forse più la scia di band come gli Hierophant che quelle ormai in voga a livello internazionale in chiave metal. A cosa dobbiamo la scelta di avvicinarsi a una corrente per certi versi ancora molto di nicchia, persino più di quel punk-hardcore che vi ha fatto crescere e resi celebri in Italia e non solo?

Mah guarda, con “Cursed” abbiamo dato libero sfogo a quello che avevamo in testa, senza soffermarci troppo a pensare a cosa sarebbe piaciuto o meno. E’ l’essenza degli If I Die Today. Negli album precedenti avevamo un approccio un po’ timoroso, qui invece non ci siamo risparmiati su nulla, tempi, testi, linee vocali, riff. L’idea era quella di far capire davvero cosa avevamo in testa, cosa che, forse, negli altri dischi non eravamo riusciti a fare.

Cosa spinge una band ormai navigata a mollare tutto e rimettersi in gioco sotto altre vesti?

Gli If I Die Today sono così e lo si capisce già dal nome. Le tracce del passato ci sono, non abbiamo inventato nulla onestamente. Per noi è stato naturale come respirare. Se non erro – purtroppo non ho avuto modo di leggere i testi – la religione è il filo conduttore dell’intero disco. Si parla di Gesù così come di Lucifero nei vostri brani, in maniera a mio modo di vedere molto schietta.

Come ci si prepara mentalmente a scrivere testi che volenti o nolenti verranno recepiti solo in parte dall’audience? Avete sentito maggior responsabilità nello scriverli?

No, la religione non è il filo conduttore. “Cursed” è un concept album. Ogni canzone parla di un maledetto della letteratura classica, religiosa o contemporanea. Raccontiamo, in questo album, le loro storie e ovviamente in queste storie c’è quella di Gesù, visto come un uomo mandato a morire dal padre per la salvezza di un’umanità che, col senno di poi, non lo merita e Lucifero, visto come il capro espiatorio del male del mondo. Io spero che la maggior parte della gente legga i testi e vada oltre la musica, spero vivamente che non ci si fermi solamente all’aspetto religioso. Se così sarà, comunque, siamo pieni di croci rovesciate e teste di caproni tatuate addosso quindi non rimarranno delusi lo stesso.

“Un giorno i musicisti si svegliano e dicono ok, da oggi si cambia registro”. Questa introduzione potrebbe essere il racconto perfetto per descrivere quanto successo dal disco precedente a “Cursed”? Come sono andate le cose?

Guarda, come già accennavo prima, non abbiamo pensato proprio a nulla. Siamo andati avanti a scrivere come dei rulli compressori. Abbiamo tirato giù le linee senza stare troppo a pensare. E ci è venuto naturale.

Quanto hanno influito i cambiamenti di formazione in questa rapida evoluzione?

Ti diro’ che da “Postcards From The Abyss” a “Cursed” non abbiamo cambiato nessuno all’interno della band. L’ultimo cambiamento è avvenuto dopo il tour di “Liars”, quindi molto tempo fa.

Una curiosità: dal vivo come gestite la cosa? Nel senso, a conti fatti avete una miriade di brani punk-hardcore e solo quelli di “Cursed” inclini alla nuova veste If I Die Today. Fate unmix del tutto o gli sforzi sono concentrati solamente su questa nuova versione?

Per i live fatti fino ad ora abbiamo solamente fatto i pezzi di “Cursed” essendo date promozionali per il singolo. Per le date future stiamo ri-arrangiando alcuni pezzi vecchi e stiamo rimettendo su i pezzi di “Postcards” che erano più affini ai nuovi pezzi.

Come reagisce il pubblico?

Alla grande. Ci siamo beccati anche i complimenti di Ben Weinmann dei Dillinger Escape Plan quando abbiamo suonato con loro e abbiamo ricevuto un sacco di complimenti che vanno dall’avvicinamento ai Converge, Cursed, Botch e addirittura ai Neurosis, per me sono complimenti che mai avrei sperato di ricevere.

Quanto hanno influito i vostri ascolti musicali in questo cambio di rotta?

Tantissimo. Per questo album ci siamo concentrati su band tipo Converge, Botch, Neurosis e io personalmente mi sono buttato sul Depressive Black metal dei Wolves In The Throne Room.

L’artwork è molto evocativo. Come è nato il suo concept e a chi vi siete affidati per la sua realizzazione?

L’artwork è stato creato dal migliore sulla piazza, Beccherini, che ascoltando il disco ha tirato fuori quell’artwork pazzesco e molto allineato su quello che è il disco.

Il primo videoclip mi sembra molto evocativo. Cosa volevate trasmettere attraverso ciò al pubblico?

Il video di “Jesus” è direttamente ispirato al pezzo: caotico, violento, veloce. Ci sono un sacco di immagini sacre e la croce che si rovescia, così come nella canzone rovesciamo l’immagine di Gesù, da martire volontario per la salvezza dell’umanità a figlio tradito dal padre e costretto a immolarsi per nulla.

Cosa vi ha spinto a non cambiare nome alla band, che fondamentalmente sarebbe stata la scelta più semplice da prendere?

Non ci abbiamo neanche pensato onestamente, noi siamo sempre noi, “Cursed” è il frutto di una evoluzione interna degli If I Die Today. Siamo sempre noi, solamente più consci delle nostre capacità, più vecchi e più incazzati.

Il Piemonte è così cupo da far venire alla luce menti malate come le vostre?

Non sai quanto. Il Piemonte poi è grande, noi veniamo quasi tutti dalla provincia di Cuneo. Posto da lupi quello.

Cosa dobbiamo aspettarci in questo finale d’anno?

Un sacco di date in Italia e all’estero, noi siamo principalmente una live band ed è lì che troviamo la nostra reale dimensione. Non vediamo l’ora di salire sul palco. Tutta la storia di promozione e attesa per noi è un coltello nel cuore. Abbiamo voglia di salire su un palco e distruggere tutto.

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