Intervista Mike Joyce

A dodici anni trovai per caso una musicassetta di mio padre con su scritto “Meat Is Murder”. Ho iniziato ad amare gli Smiths da allora e non avrei mai immaginato che, a distanza di anni, avrei avuto l’opportunità di incontrare il batterista Mike Joyce per poterlo intervistare. L’occasione giunge perché Mike è a Roma per un dj set al Lian Club e, prima della serata, si è reso disponibile per scambiare due chiacchiere con lui. Mi presento, un po’ intimorita, indossando una t-shirt su cui sono stampati dei versi tratti da “Please, Please, Please Let Me Get What I Want”. Da fan. Non posso negare che sia stata un’emozione unica trovarmi di fronte al componente di una delle band che con la sua musica ha segnato alcuni tra i momenti più importanti della mia vita. Ma non appena apre bocca, subito è magia e mi fa sentire completamente a mio agio davanti a lui. Davanti a un mito.

Mike Joyce: “il batterista degli Smiths”. Questo sembra essere un epiteto che continua a seguirti nel corso della tua carriera. Credi sia positivo o negativo che le persone si riferiscano a te definendoti in questo modo? O semplicemente, pensi sia diventato parte di te ormai?

Certo, è parte della mia vita ed è comunque molto bello che mi chiamino così. Mike Joyce degli Smith, Jhonny Marr degli Smiths, Andy Rourke degli Smiths. Abbiamo tutti suonato in altri gruppi dopo, fatta eccezione di Morrisey; a me è capitato di suonare con altre band anche di discreto successo, ma comunque mi fa piacere essere ancora associato agli Smiths. Siamo stati un gruppo fantastico e certamente non porto quest’epiteto come una palla al piede. Anzi, mi sento orgoglioso. È stata una parte consistente della mia vita, piena di divertimenti e belle esperienze; e io celebro questa parte della mia vita quando mi chiamano “Mike Joyce degli Smiths”.

Quest’anno decorre il trentennale dall’uscita di “The Queen Is Dead”. 1986-2016: come descriveresti questi anni? Guardandoti indietro, ti saresti mai aspettato tutto questo successo allora?

Credo che chiunque decida di iniziare una carriera con il proprio gruppo speri in qualche modo di diventare famoso. L’idea di sperare nel successo per il gruppo rientra nel desiderio di voler essere ascoltati per la propria musica e per le parole che ci vengono messe dentro, per la creatività nel comporre un album. Poi certo, se siamo qui, trent’anni dopo, a parlare di un album nel quale ho suonato ci deve essere stato un qualcosa in quest’album, una profondità, che in altri album non c’è stato e per questo mi sento grato. Non avrei mai pensato allora che sarei stato qui, oggi, nel 2016, a parlare di quell’album ma credo che nessuno sappia mai qual è il destino che avranno i propri lavori, il loro futuro. Tutti gli album degli Smiths sono ascoltati ancora oggi. Io li ascolto ancora. Il mio preferito credo sia Strangeways, Here We Come, l’ultimo nostro lavoro che abbiamo registrato insieme. Ed è un traguardo eccezionale che ancora oggi, a distanza di anni, le persone ancora ne parlino.

Hai dei rimpianti? Credi che ci siano cose che sarebbero potute andare diversamente?

No, non direi. Tutte le band hanno un inizio e una fine. Tutte, prima o poi. Da quando gli Smiths sono nati nell’ 82 a quando ci siamo sciolti nell’87, ho suonato in ogni singolo record, in ogni gig. Quando è finito tutto, sì, forse è stato un po’ prematuro, ma il corpo del lavoro che abbiamo costituito è per sempre. Avremmo potuto continuare altri dieci anni o altri venti, ma ci sarebbe comunque stata una fine a un certo punto. Forse avremmo creato delle cose bruttissime o forse degli album anche migliori di quelli che ci sono stati. Davvero, non saprei ed è difficile dire che cosa ne sarebbe stato di noi. Per cui, sì, sono soddisfatto con quello che c’è stato.

Credo che la vita vada vissuta senza “se” e senza “ma”…

Sì, assolutamente. Si possono fare mille congetture: “Se gli Smiths esistessero ancora…”, “Se fossero tornati insieme…”. Ma non avrebbe senso. Eravamo molto giovani allora, dei ragazzini quasi. Per cui, aver creato quel tipo di musica in quegli anni è stato magico. Se lo avessimo fatto da quarantenni o da cinquantenni, non so se sarebbe stato così magico allo stesso modo, ma l’unica cosa che è certa è che quello che abbiamo fatto quando lo abbiamo fatto resterà per sempre speciale.

Come già hai accennato, ti è capitato di lavorare con altre band nel corso della tua carriera: Buzzcocks, PIL, Sinead O’ Connor. Come è stato lavorare con loro?

Mi sono divertito tantissimo. E non c’è nessuna band con la quale io abbia suonato e con la quale io non mi sia divertito. Non ho mai suonato con un musicista o una band solo per guadagnare soldi o per mantenere un alto profilo. Ho avuto sempre il piacere di collaborare con artisti che apprezzo molto, sia musicalmente che a livello personale, a prescindere dalla musica. Per cui, con tutte le persone con le quali ho lavorato posso dire che sia stato un piacere per me farlo e non lo avrei fatto se fosse stato solo per lavoro. Anche se mi avessero offerto una cifra altissima per lavorare con una band che non mi piaceva, avrei detto no. Come in effetti ho fatto in alcuni casi. Tutte le band con cui ho lavorato hanno costituito bellissimi episodi della mia vita, anche quando non eravamo sul palco. Ed è così che deve essere. Se c’è un’ora di spettacolo sul palco, ce ne sono altre 23 fuori dal palco e sono quelle le ore che contano per creare al meglio quell’ora di spettacolo.

Ti manca suonare la batteria nei live?

Ho ricominciato a suonare la batteria un anno fa e da qualche mese a questa parte stiamo facendo le prove io ed un mio amico. Forse l’anno prossimo saremo pronti ad esibirci live. Sono molto emozionato per questo progetto.

Non vediamo l’ora.

Sì, anche io. Non pensavo di poter tornare a suonare. Ma poi mi è tornata l’ispirazione ed eccomi qua. Non che io sia particolarmente interessato al successo delle hit, alle classifiche. Mi interessa di più l’aspetto della performance, ora.

Tornando agli Smiths. Ancora oggigiorno rappresentate una band iconica, dal gusto unico e speciale. Spesso tu attribuisci questo successo a una caratteristica della vostra musica che definisci “a timeless flavour” (un gusto senza tempo). In cosa credi consista questa a- temporalità?

È molto difficile definire in cosa consiste. Se gli Smiths si fossero formati nel 1994 avrebbero avuto lo stesso impatto, credo. Se si fossero formati nel 2005 avrebbero avuto lo stesso impatto o anche nel 1968. L’assetto è estremamente tradizionale: basso, chitarra, batteria e voce. Ma è stata la comunione di quattro musicisti musicalmente in gamba. Quindi, è stata l’unione di ogni singola individualità di noi quattro ad aver reso unico il suono. Quando ho iniziato a suonare nella band e mi chiedevano: “che tipo di band è?”, “che genere di musica fate?”, io rispondevo “non lo so”. Non so a chi altri poter associare gli Smiths; non è rock, pop, punk, reggae. Non è certo stata la combinazione dei nostri strumenti quella a renderci inusuali, ma era il suono che producevamo con quegli strumenti ad essere stato unico. Ha creato un impatto e questo è ciò che ci ha resi eterni.

Qual è la tua canzone preferita degli Smiths?

Oh, è difficile scegliere. Ma forse direi “Hand In Glove”. Forse perché è stata la prima canzone che abbiamo registrato. Allora avevamo una piccola sala prove e ogni tanto ci registravamo su delle cassette, ma la qualità era pessima. Quando abbiamo inciso il pezzo in studio, con tutti gli strumenti tecnici e le seconde chitarre, e poi lo abbiamo ascoltato è stato un momento magico. Abbiamo sentito per la prima volta come suonavano gli Smiths. Nella sala prove sentivamo solo confusione e non riuscivamo ad ascoltare bene come si sentivano gli strumenti insieme. Marr una volta disse che quello è stato il momento che ha segnato davvero il nostro inizio come band. Sì, credo che questo pezzo per tutti i sentimenti che rievoca sia il mio preferito degli Smiths.

E invece cosa pensi delle band di oggi? Ce n’è qualcuna che ti piace particolarmente?

Sì, ci sono molte nuove band che mi piacciono. Ce n’è una di Manchester che mi piace molto: si chiamano The Blossoms . Loro mi piacciono davvero tanto, sono molto creativi. Mi piace molto anche Paul Arthur. C’è un artista di Manchester, Bugzy Malone: è un grande artista, alquanto originale; credo che le persone a cui piacciono gli Smiths magari non siano così appassionate a quello che fa, ma a me piace molto la sua creatività, fa cose interessanti, un po’ tipo Dr Dree. Non sono uno di quelli che diventa molto fan di un unico artista, piuttosto mi piace ascoltare un po’ di tutto. Anche musica più potente e aggressiva. Mi piace l’attitudine di Morrisey in alcuni suoi pezzi da solista; ci sono alcune sue canzoni in cui c’è qualcosa di veramente speciale. A dire il vero, ho sempre preferito in un artista la sua attitudine piuttosto che sostanza delle canzoni. Questo è il motivo per cui mi piace Bugzy Malone così tanto.

Cosa c’è nella tua playlist personale? Quando sei in viaggio o ascolti la musica nella tranquillità di casa tua.

Qualsiasi cosa, proprio perché ho una collezione abbastanza complessa che mi permette di spaziare ovunque. Poi, certo, ci sono sempre i classici a cui continuo a torna. Ad esempio, qualche settimana fa ho visto un film documentario su Iggy Pop e mi sono rimesso ad ascoltare tutto Iggy Pop. Non c’è un particolare genere o stile che mi piace ascoltare. Qualsiasi cosa rock, dai Buzzcock ai Beatles. Semplicemente qualsiasi cosa che mi fa dire “Yeah, that’s cool, man!”. Quindi, diciamo che mi piace ascoltare la musica, in generale.

Invece, come scegli le tracce da inserire nella tua playlist da dj?

Generalmente ho sempre un’idea fissa su ciò che andrò a suonare, ma si tratta più o meno delle stesse cose: dagli Who ai Black Keys. Spesso mi fanno richieste e mi chiedono gli Smiths, anche se forse non sono troppo da dancefloor. Talvolta ci sono pezzi che magari non funzionano in certi ambienti, ma comunque io credo che se andassi a un party in cui mi sto divertendo molto, non starei troppo a riflettere sull’appropriatezza della musica che viene suonata. Se c’è una bella atmosfera, ma ci sono canzoni che non mi piacciono, certo non vado via dal party. Quindi sostanzialmente è come viene organizzato il party che conta, più che i pezzi che metto io. Il mo compito è solo quello di realizzare una tracklist da sottofondo per la serata, per far divertire le persone.

Come dj stai riscuotendo abbastanza successo. Credi che le persone vengano ai tuoi show perché apprezzano le tue qualità come dj oppure perché sei Mike Joyce?

Oh, l’ultima opzione certamente. Però poi ci sono persone che tornano. Mi capita di vedere facce che ho già visto altre volte. Ovvio, se i poster invece di scrivere Mike Joyce portassero scritto “un dj di Manchester” non credo verrebbero ugualmente così tante persone. Quello che più mi interessa però è che le persone trascorrano momenti piacevoli quando suono e per questo rivedere qualcuno che torna è piacevole. E tornano per la musica. Perché Mike Joyce già lo hanno visto.

Hai la fama di essere una persona a cui piace molto parlare. E ho scoperto che avevano ragione quando dicevano che eri un chiacchierone. Devo anche ammettere che è veramente piacevole ascoltarti. Hai mai pensato di scrivere qualcosa? Magari una tua autobiografia in cui racconti la tua versione dei fatti …

Credo di sì, potrei farlo. Perché no? Forse tra un anno o due. Morrisey ha scritto un libro, Johnny anche lo ha fatto. Ammetto di non aver mai ambito ad essere uno scrittore, ma mi rendo conto che ci sono molte persone che mi chiedono di farlo. Quindi, perché no? Un qualcosa di simpatico e divertente per quando si sta in bagno. Ho messo insieme un po’ di storie, mi piace raccontarle e quindi forse può essere interessante farlo.

Dunque ci aspettiamo 700 pagine di autobiografia …

700 solo di introduzione?

Dico 700, perché quella di Morrisey è più di 600…

Ah sì? Non l’ho letta. E penso di non leggerla mai. La sua opinione resta la sua opinione. Io sto bene così, non mi interessa. Ognuno di noi ha le proprie idee e le proprie opinioni personali. Io sto bene con le mie. Credo sia un libro anche pesante da leggere, forse anche un po’ triste, ma ho letto delle citazioni e sono brillanti, davvero. Lui è un ottimo artigiano delle parole ed è estremamente bravo con le parole. Alcune cose che ho letto erano tipiche di Morrisey, nella sua bravura di maneggiare parole e linguaggio. Fenomenale.

Hai più volte dichiarato che gli Smiths non torneranno mai insieme.

Sicuramente no. Perché? Per quale motivo? Ci sono gruppi che tornano insieme, ma poi non è mai la stessa cosa poi. Quando noi stavamo insieme con gli Smiths, suonavamo, ci divertivamo, eravamo ragazzi che avevano un disperato bisogno di essere ascoltati. Se tornassimo insieme ora, non saremmo gli Smiths di allora. Sarebbe tutto completamente diverso.

Credo che la tua definizione di “ragazzi che hanno un disperato bisogno di essere ascoltati” sia particolarmente calzante. Tornando al discorso di prima, credo che sia proprio questa la caratteristica a farvi essere così senza tempo.

Sì, ora siamo cresciuti tutti e abbiamo anche un grado di competenza musicale che non avevamo certo allora. La voce di Morrisey, ad esempio, credo che ora sia migliore di quanto non lo sia mai stata. Ora però saremmo un gruppo di uomini, sulla cinquantina, che non sono più gli Smiths, ma suonano le canzoni degli Smiths. Il che è diverso. Sarebbe un’altra storia, anche se sono sicuro che saremmo fantastici comunque.

Se non fossi stato un musicista, quale pensi sarebbe stata la tua carriera?

Tornando al discorso di prima, avrei potuto essere uno che racconta storie. No, scherzo. Ho sempre voluto essere un batterista. Da quando avevo 13 anni tutto quello che ho sempre voluto fare è stato suonare la batteria, e non credo che ci potessero essere per me delle alternative. Forse sempre qualcosa che ha a che fare con la musica. Ho lavorato in radio e mi è piaciuto essere un presentatore radiofonico. È stata una bella esperienza. Ma non riesco a pensare ad altro se non alla batteria.

Progetti per il futuro invece?

Come ho già detto prima, sto suonando con un mio amico. Si chiama Aziz Ibrahim, è un chitarrista, ha anche suonato con i Simply Red e con gli Stone Roses quando John Squire se n’è andato, poi ha registrato anche con Ian Brown nel suo materiale da solista. Ultimamente suoniamo insieme, vorremmo esibirci l’anno prossimo in un tour in tutto il mondo e questo è sostanzialmente il progetto nel quale mi sto focalizzando ultimamente.

Non vediamo l’ora di venire a vedervi quando vi esibirete in Italia.

Sì, certo! Amo tutta l’Italia. Mi piacciono le persone. Quando sto in un posto mi piace avere a che fare con persone con le quali mi trovo bene, con le quali posso parlare, passare del tempo, stare bene insieme. E mi piace lo stile di vita italiano, il modo che hanno gli italiani di approcciare la vita, così amichevoli e caldi. Ti fanno sentire a casa.

Beh, allora grazie Mike. È stato un piacere averti incontrato. A presto!

Certamente, spero a molto presto! Le lacrime le trattengo, ma il cuore mi scoppia. Grazie Mike. Grazie davvero!

A cura di Francesca Mastracci

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