Live Report Alt-J

Live Report Alt-J

Bronson, Madonna dell’Albero (RA)

28 novembre 2012

Come si misura il talento? O meglio, come si misurano le potenzialità di successo legate al talento? Chi ascolta musica emergente, frequenta locali spesso impresentabili, in un mercoledì qualsiasi sfidando la stanchezza della giornata di lavoro, alla ricerca di cantanti o band che valgano il fascino della scoperta come satelliti su cui piantare per primo la propria bandiera a stelle e strisce, dando di gomito all’amico o magari dietro un velo di boria pavoneggiarsi, questa domanda se l’è posta, probabilmente sotto altre forme, almeno una volta. Gli Alt-J sono, restando nella metafora celeste, come Sirio in una stellata di band di un panorama alternativo che ormai si sta riducendo, proprio come il cielo visto da un osservatorio, in una sovrapposizione che non permette più la distinzione.
Questa Sirio piano piano verrà ammirata da tutti, se ne misurerà l’avvicinamento con un filo di ferro chiuso a cerchio e quando ormai sarà immensa, un attimo prima dello schianto, ricorderemo quel 28 novembre al Bronson, a due passi dal palco, Gus, Joe, Thom e Gwil emozionati e orribilmente vestiti che riuscivano già ad incantare un pubblico da sold-out.
Il Bronson alla porte di Ravenna non l’ultimo dei locali, basta informarsi su chi è passato e su chi verrà a suonare in futuro per capirlo, ma con la prima delle tre date italiane degli Alt-J ha fatto davvero il botto: la neanche tanto grande sala ha richiamato gente da ogni parte d’Italia e non solo dalla Romagna, impiegando solo poche settimane ad esaurire i biglietti. Prima dell’inizio del concerto, una breve performance di Unepassante, il progetto tosco-siciliano di Giulia Sarno alla chitarra coadiuvata da basso ed elettronica che mostra buoni spunti sintetici nel attualizzare musica anni ’80 all’interno di un folk sperimentale, sicuramente coinvolgente, di buon songwriting che, nel bene e nel male, non lascia indifferenti. Verso le 22e30 salgono sul palco i quattro ragazzi inglesi che davanti al simulacro della "delta" costruita da neon rossi iniziano il concerto come se stessero riproducendo il loro (unico) album infilando una di fila all’altra "Intro", "Interlude I" e "Tesselate".
La qualità che impressiona più negli Alt-J è la pulizia nell’esecuzione, la sincronia quasi da studio di registrazione che rende l’ascolto del live una trasposizione impeccabile del disco arricchita dal poter vedere le dita di Joe sugli arpeggi di chitarra, la quasi estraniazione di Gwil al basso e alla chitarra, la cadenza di Thom nel suonare una batteria senza piatti e Gus alle tastiere che osserva e amalgama il suono dei compagni.
L’attacco della voce di Joe in "Intro" è una delle cose più belle, musicalmente parlando, del 2012 e come già detto la sincronia tra il falsetto dello stesso Joe e l’accompagnamento di Gus in "Interlude I" è impressionante mentre durante "Tesselate", prima hit della serata, il pubblico è già pronto ad intonare "…let’s tesselate..".
Con la successiva "Something Good" ormai si va verso il canto all’unisono stile San Siro, iperbole dovuta al fatto che questo singolo viene passato nelle radio (almeno quella che ascolto io) fin troppo spesso per una band di questa indie-pendenza.

Qui la domanda riguardo il talento s’intreccia con quella sul marketing ed entrambe diventano di dominio pubblico, uscendo dalla nicchia musicale il pianeta Alt-J in avvicinamento confonde la vista alla pari del giudizio. Forse questa confusione del ragionamento mi è stata indotta dal Mare del Nord di "Dissolve me" e dalla calma mistica che il pezzo, dal vivo le parti in rallentamento e i cori a due voci risaltano ancora di più del ticchettio della batteria, emana. Segue "Fitzpleasure" che è il tripudio degli Alt-J tra i soliti cori, l’elettronica, le nacchere, gli "alt" così marcati e tutto il repertorio che nella successiva "Slow Dre" sfocia anche nel mash-up tra la musica di Kylie Minogue e di Dr. Dre. L’arrivo di "Matilda" (citazione da "Leon" di Luc Besson) è accolto a gran voce dal pubblico che carica Joe nei "this is from…" dell’attacco e lo segue per tutta la dolcezza del brano, sintomo che il romanticismo s’impadronisce anche del pubblico esigente.
Poi via veloce verso il finale, le poche chiacchiere sono lasciate a Gus che appare sempre di più come un collante non solo all’interno del gruppo ma anche nei rapporti con l’esterno, con l’approccio psico-orientale di "Bloodflood" dove l’importanza di Thom alle percussioni diventa sempre più evidente e con "MS" dove sempre Thom al glockenspiel e Joe con i suoi vocalizzi la rendono uno dei pezzi più riusciti nella versione live. La chiusura prima del bis è affidata ad uno dei pezzi più intensi dove il talento dei quattro si fonde con il ritmo, i cambi, i cori e in generale con un’espressività musicale così spontaneamente perfetta.
Escono dal palco davvero per pochi istanti riducendo al minimo la pantomimica attesa dei bis che tanto sono già programmati, rientrando dapprima solo Gus e Joe per un pezzo chitarra-voce-tastiere che dolcemente accompagna il rientro dei Gwil e Thom per il finale di "Taro" che da brano poco effettuato durante gli show sta diventando il pezzo forte dei loro concerti: ascoltate gli assoli di chitarra di Gwil per credere.
Escono tra gli applausi e il pubblico più hipster forma con le mani il simbolo della "delta" rivolto alla band come comunione d’intenti, come simbolismo pagano-musicale, ricordando quanto gli Alt-J possano creare non solo un genere musicale ma in generale un approccio nuovo alla musica e allo show di cui si nutre.
Mentre si spengono le luci torno a pensare a come questa stella Alt-J venga paragonata, un po’ impropriamente, ai Radiohead degli esordi con l’intento di gonfiarne la qualità passando la parola veloce di bocca in bocca e in questo mi sento responsabile al pari di molti altri.

Penso anche però a come sia possibile non esaltare, non caricare di giudizi più che lusinghieri qualcosa dai connotati musicali diversi e conosciuti allo stesso tempo, qualcosa che è un piacere ascoltare, qualcosa che apprezzerai anche col passare del tempo, con la sventura (o il piacere) di essere stato tu stesso il piccolo ingranaggio che ha reso un prodotto di talento, migliore in senso relativo, un successo potenziale superiore ad ogni altro. Ci si scopre così complici al pari di un fan di una popstar qualsiasi nell’incentivarne la popolarità ma con la sostanziale differenza di essere dalla parte giusta, quella della buona musica.

Setlist:

01. Intro

02. Interlude I

03. Tesselate

04. Something Good

05. Dissolve Me

06. Fitzpleasure

07. Slow Dre

08. Matilda

09. Interlude II

10. Bloodflood

11. MS

12. Breezeblocks

13. Hand-Made

14. Taro

a cura di Syd The Piper

foto di Francesca Sara Caruso


un ringraziamento a Rosario Leo

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