SZIGET FESTIVAL 2022 The Island of Freedom

SZIGET FESTIVAL 2022

The Island of Freedom

Live report a cura di: Francesca Mastracci

Ogni anno, puntuale come il tempismo di Inps nei momenti di magra economica, più si avvicina l’alta stagione estiva e più una preoccupazione attanaglia milioni e milioni di persone: a ferragosto che si fa? E mentre chiamiamo tutti i nostri amici Martucci di turno per sapere loro come sono messi, sale quell’ansia subdola sul dover fare necessariamente qualcosa perché questa è la prassi nostro malgrado e non si può certo contemplare il dolce far niente.  Mentre cercavo ispirazione per quelle che sarebbero state le mie di ferie estive quest’anno, mi arriva la mail dallo staff di Sziget Festival con l’invito di partecipazione dal 10 al 15 agosto. La mia risposta? “I’ll be there, say no more”.

Sziget-2022-Lineup

E così è stato.

Per problemi di ordine logistico, purtroppo, non ho potuto raggiungere Budapest prima del 13, per cui sono stata costretta a partecipare soltanto agli ultimi due giorni.

Dopo il break forzato degli scorsi anni causa Covid, la line-up di quest’anno era davvero ricca per tutte e sei le serate, spaziando su vari generi e livelli di performatività. Ed è questo uno dei punti a favore del festival a mio avviso: si spazia dall’alternative al post-punk, dll’ elettronica, passando per il pop e il raggae. C’è davvero qualsiasi cosa, ma la direzione artistica ha lavorato bene negli anni per non rendere tale eterogeneità un’accozzaglia senza senso.

Ma entriamo nel vivo.

Lo Sziget Festival è uno dei festival musicali più longevi e consolidati di tutta Europa (la prima edizione risale al 1993) e si tiene a Budapest, su un’isola posizionata al centro del Danubio, l’Óbudai-sziget (la parola sziget significa proprio isola, ndr). Definirlo festival musicale sarebbe riduttivo poiché ospita al suo interno un vero e proprio parco giochi con attrazioni, workshop, feste private o in barca organizzate dagli sponsor, spettacoli circensi e rappresentazioni teatrali. Una grande festa a cielo aperto, insomma, dove è possibile restare a dormire in campeggio. Ecco, questa un po’ la nota dolente. Ho sempre trovato l’idea del campeggio nel festival un ottimo modo per rendere l’esperienza più viva e totalizzCirque Du szigetante. Ma devono esserci dei limiti, altrimenti si rischia l’effetto Vietnam in 3,2,1. Ovviamente, dopo due anni di stop, quest’anno c’era stata una richiesta molto alta e probabilmente gli organizzatori avranno cercato di tirar dentro quanti più campeggianti possibili. Ci sta. Vedere, tuttavia, le tende una sopra l’altra e addirittura incastrate in qualsiasi lembo di terra disponibile (ne ho viste alcune tra un minuscolo spazio vuoto tra lo stand dei gyros e quello della pizza). Per questo credo che realizzare un’area apposita leggermente distaccata dal parco centrale non sarebbe una cattiva idea. Tutto il resto però funzionava: bagni pubblici meno disastrosi di quanto ci aspetterebbe in contesti del genere, il villaggio è una città in miniatura e dentro c’è davvero di tutto e i mezzi di trasporto che collegano l’isola al centro o all’aeroporto sono gestiti bene (perfino i taxi sono convenienti). Ah, e l’acqua è gratis. Gratis!

Non rimpiango, però, il non aver scelto il camping come opzione.

Ma ora parliamo di musica.

Come dicevo, la direzione artistica che ha curato la line-up è stata impeccabile. I palchi musicali sono nove, di cui i principali sono il Nagyszínpad (che è il main stage) e il Freedome (che è lo stage che ospita artisti mediamente famosi). I set sono spalmati in maniera coerente durante le ore del giorno e della notte. Dal primissimo pomeriggio si susseguono tra i palchi minori artisti provenienti da tutto il mondo, più o meno conosciuti, e questo è stato un altro punto a favore che ho apprezzato moltissimo: lo Sziget dà voce a realtà musicali che sono in fase di crescita, permettendo agli artisti che ancora non sono famosi (o che sono famosi soltanto nei limiti del loro perimetro nazionale) di farsi conoscere ad un vasto pubblico internazionale. Mentre si passeggia tra il villaggio, mentre si è in fila per andare in bagno o agli stand enogastronomici, si ha l’opportunità di dare un ascolto anche distrattamente ad un gruppo che poi si rivela piacerci e lo si aggiunge immediatamente su Spotify.FreeDome and Main Stage

I “pezzi forti” generalmente sono concentrati tra le 17,00 e le 24,00 tra il Main Stage e il Freedome, che sono sapientemente disposti l’uno accanto all’altro, dando la possibilità di muoversi agilmente per raggiungere i set a cui siamo interessati, che raramente si accavallano, o se lo fanno è questione di pochi minuti. Altro punto a favore: non c’è dispersività ed è possibile vedere tutti i gruppi che si vogliono senza dover fare scelte difficili, cosa che invece accade in molti altri festival europei (i partecipanti del Primavera di quest’anno sicuramente ne sanno qualcosa).

Nei giorni in cui ero presente, ho cercato di crearmi una schedule alquanto fitta cercando,  nei buchi tra un set e l’altro del Main e del Freedome, di insinuarmi tra i palchi minori.

Per non rendere l’articolo lungo sette pagine e mezzo, mi limiterò a darvi un resoconto dei set a cui ho assistito in maniera partecipativa, la maggior parte dei quali modestamente essendomi guadagnata la transenna sottopalco senza troppi sgomitamenti o imposizioni fastidiose (uno dei pochi talenti naturali che ho, non chiedetemi come succede ché nemmeno io lo so). Gli altri beh, grazie schermi giganti di esistere, siete la benedizione di tutti gli umpa lumpa come me che si trovano stipati tra  vikinghi che decidono sempre e puntualmente di impalarcisi davanti ostruendo impietosamente la nostra visuale.

14 agosto.

Inauguro ufficialmente i live del pomeriggio al Freedome con Kid Francescoli, progetto electro-pop made in France capitanato da Mathieu Hocine, che senza un attimo di indugio fa ballare tutti e “la spigne parecchio” senza troppa foga ma con stile da vendere. Seguono, sempre su quel palco, i Palaye Royale che, a dire il vero, ero molto curiosa di vedere dal vivo; li stavo seguendo da qualche tempo, dopo aver ascoltato “Punching Bag”, e la loro attitudine non mi dispiaceva affatto, nonostante trovassi la loro estetica a tratti discutibile (avete presente i Tokyo Hotel? Ecco, loro ripuliti e in chiave glam rock). Grande gigantesca notevole performance live, piena di energia con inframmezzi orchestrali e scenografie rinascimentali molto ricercate. Particolare plauso al cantante (Remington Leith) che si è dimostrato un vero animale da palcoscenico dalla voce graffiante e il fisicaccio scolpito. Ho ascoltato in questi giorni la loro discografia e ho ancora dei dubbi, certamente suonano molto meglio live di quanto lo facciano su traccia. Li seguirò con molta attenzione!

Arriva il momento di un necessario rifocillamento. Sul main stage c’è Anne-Marie, che onestamente conoscevo solo per il feat con Clean Bandit e Sean Paul in “Rockabye”. Arriva il momento dei BADBADNOTGOOD, un collettivo di produttori canadesi che ci fanno chillare (così dicono i giovani) con il loro intrico di soul-jazz suadente, alternative hip-hop e post-rock strumentale. Ottima preparazione al mood pre-Tame Impala, headliner della giornata. Il pubblico del main stage è stracolmo. Live clamoroso, ma non avevo dubbi. Kevin Parker, il vate della psichedelia pop e del post-stoner dai suoni acidi eppure trasognanti dirige l’estasi collettiva a suon di tirate lisergiche eppure dolcemente ipnotiche. Le visuals rispettano il loro stile e ci introiettano in un trip allucinato quasi oltremondano. Live perfetto, impeccabile, calibrato in ogni punto. Ma ripeto, sapevo già a ciò a cui andavo incontro.

Sun 14 Aug - Tame Impala.jpg

Parte finale della serata tutta incentrata al Freedome con un trittico di eccellenza del’electo-dance/deep-house da far drizzare i capelli: Caribou, Jon Hopkins, Floating Points. Si viaggia nell’iperspazio senza voler più sapere come ci si chiama alla fine. Tutto è irrilevante.

Da qualche parte c’è anche un set privato di Steve AOki, ma i biglietti sono andati sold-out immediatamente dopo l’annuncio.

Mi ritiro, paga della serata incredibile, piena di polvere in ogni dove e conscia che il giorno dopo sarebbe stato ancora più deleterio.

15 agosto

L’ultimo giorno decido di arrivare al villaggio qualche ora prima, nel primissimo pomeriggio. Caldo e polvere. Polvere e caldo. Un Paradaise Circus nel cuore degli inferi. Ma si tiene botta, cercando pace e refrigerio appena possibile fra gli alberi o fra i vodka lemon. La sessione dei live importanti della giornata la inauro, come la precedente, al Freedome. Ci sono gli Iceage, gruppo danese post-punk che seguo da qualche anno. Così sghembi e brutali con la loro nonchalance dandy (Bender Rønnenfelt, il cantante, sembra quasi un giovanissimo Matt Damon nei panni di Will Hunting). Dal punto di vista scenico a tratti risultano goffi e impacciati, forse anche scollati tra di loro, ma suonano bene e il loro live mi ha caricata di brutto. Dopo di loro, decido di non spostarmi affatto e resto sottopalco per gli Inhaler, insieme a un boato di ragazzine che non ho idea da dove siano spuntate fuori  (mancavo la sera di Justin Bieber, è evidente). I tipi sul palco promettono grandi cose, lo dicevo sin dal lontano 2019, in tempi non sospetti e prima ancora di conoscerne il pedigree d’arte (il cantante Elijah Hewson è figlio di Bono Vox), quando ascoltai “My Honest Face”, che sarebbe poi diventato uno dei pezzi più streammati sul mio spotify (no judjment, ognuno ha i guilty pleasure musicali che si merita). L’impressione di avere di fronte una band pop-rock che ha stoffa da vendere è chiara fin dai primi accordi: suonano bene, hanno attitudine, identità e carisma.

A questo punto avrebbe dovuto esserci Sam Fender sul main stage, ma causa laringite, la sua esibizione era stata annullata già in mattinata.  Ok, mi riposo. Ma forse ho indugiato un po’ troppo perché quando torno il parterre è stracolmo in ogni angolo. Beh, era prevedibile: come headliner ci sono gli Arctic Monkeys.Mon 15 Aug - Arctic Monkeys 1

Esperienza insegna che, passati i trenta ed essendo sempre l’umpa lumpa di cui sopra, se non si riesce ad arrivare alle prime file, allora meglio optare per le retroguardie inoltrate, dove comunque si sta un sacco bene, ci si può dimenare senza sfiorare le botte ogni tre per due, si vede bene lo schermo e soprattutto si respira. Che dire del loro set? Totale! Ma forse potrebbe essere riduttivo. E se avete assistito ad almeno un concerto degli AM sapete di cosa parlo.  Band del genere sanno come reggere i palchi e non ne floppano mezza, nemmeno per sbaglio. Alex Turner continua ad essere sorprendentemente sensuale e pieno di stile e carisma, mentre inforca i suoi wayfarer e si sposta il ciuffo. E Matt Helders alla batteria riesce ad essere sempre il partner in crime perfetto, che tira le redini in modo impeccabile. Eleganti, laccati, languidi, ammiccanti, coinvolgenti. Potrei continuare all’infinito con aggettivi attinenti, plagiando lo Zanichelli dei sinonimi e contrari. Ci salutano, dopo un’ora e mezza abbondante, con R U Mine? E dopo che ci siamo tutti liquefatti con quelle chitarre lisergiche e quelle ritmiche avvolgenti , è il momento di cercare di disperdersi tra la folla per bere e non perire sotto la polvere che ormai si è materializzata come un essere animato in forma di membrana che ci avvolge tutti.

Mi destreggio rapida per raggiungere il Freedome dove ci sono i Clutch, veterani dell’hard rock/heavy blues made in the USA. Il loro set è iniziato già da un po’, ma mi godo comunque l’ultima mezzora al fianco di vecchi leoni ancora ruggenti che erano lì dall’inizio (che bello, penso, poche ore prima c’erano ragazzine con l’ormonella sotto lo stesso palco).

Mon 15 Aug - Fontaines D.C

Finito il loro live, mi piazzo seduta e non mi schiodo per recuperare le forze in vista della tranche finale. From Dublin City, eccoli che arrivano i Fontaines DC, che avevo visto poco più di un mese fa al Magnolia. L’impressione che avevo avuto è stata completamente confermata: Grian Chatten sembra sul palco uno sciamano post-punk/new-wave che batte di continuo  il suo bastone (aka asta del microfono), facendo ripetutamente giri intorno alla sua sezione di palco con movimenti scattosi, irruenti, protendendo la sua mano sugli astanti in un gesto potente, quasi ritualistico, con cui sembra stia impartendo la sua benedizione. A volte il cantato si inasprisce ancora di più, lasciando a briglie sciolte la pronuncia gaelica anche quando stanno cantando in inglese. E sì, per tornare allo scenario esoterico descritto poc’anzi, riescono ad ottenere perfettamente l’effetto anatemico. Sono cinque elementi completamente diversi uno dall’altro sul palco sia per come gestiscono il live che a livello estetico (la camicia ricamata con i pantaloni eleganti abbinati di Conor fanno sempre uno strano contrasto con la tuta adidas infilata nei camperos e matchata a tees rigorosamente sdrucite di Grian), ma credo che questo sia indicativo di come riescano a convogliare bene la summa delle loro personalità nei pezzi.

Ore 1,30 circa. Lo Sziget 2022 finisce qui.

Un ultimo giro nel parco a ballare un po’ tra i vari dj set sparsi in giro. E via, io e la polvere che ormai è diventata parte di me (o io sono diventata la polvere? Chi può dirlo?).

This is the end.

È stata un’esperienza incredibile e ringrazio ancora chi mi ha permesso di vivere questi giorni così intensi e pieni di musica e vibrazioni dell’anima.

Ci vediamo presto, Sziget! È una promessa.

Anche perché dalla regia mi segnalano che sono già aperte le prevendite del prossimo anno (che si terrà dal 9 al 14 agosto 2023) a prezzi super stracciati. E io, anche a scatola chiusa, fossi in voi comunque li prenderei perché fidatevi: il rischio delusione non sussiste.

 

Trovate le prevendite sul sito ufficiale: www.szigetfestival.com/it/tickets

 

 

Credits foto nell’articolo: Sziget Festival/ Clara Pérez Miñones

Foto in copertina: Francesca Mastracci

 

 

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