Thurston Moore, Monk (Roma) 02-04-2023

 

Live report a cura di Francesca Mastracci

Incredibile: questo il primo ed unico aggettivo che sono riuscita ad utilizzare per descrivere il live di Thurston Moore nell’immediato post-concerto e anche fino a qualche tempo dopo, prima di poter metabolizzare appieno lo straordinario spettacolo a cui avevo assistito.

I Sonic Youth sono stati, e continuano ad essere, uno dei pilastri imprescindibili della mia vita e benché reputi che, in generale, non sia mai troppo necessario fare costantemente dei rimandi alla band quando uno dei suoi membri decide di intraprendere una corriera solista, al tempo stesso forse è anche innegabilmente necessario farli. Senza giudizi, senza termini di paragone, semplicemente con la costatazione che il talento e l’estro artistico quando raggiungono vette così alte possono sì cambiare forma, ma non mutano mai la sostanza a prescindere dalla direzione che intraprendono. Del resto, lo stesso artista si è complimentato con un giovanissimo fan (avrà avuto meno di dieci anni) in prima fila che indossava una tee dei Sonic Youth.

Ma entriamo nel vivo del concerto e cerchiamo di dare una definizione alla matassa di sensazioni che Thurston Moore e il suo ensemble di musicisti altrettanto eccelsi hanno lasciato dentro chiunque la scorsa domenica fosse presente al Monk di Roma.

La serata ha inizio ad un orario insolitamente anticipato. Ore 19,30 circa: apertura affidata alle note calde di Jayan Bertrand, cantante e chitarrista della band caraibica jazzgaze originaria di Miami, Seafoam Wall. Un’emozionante accoglienza, resa ancora più piacevole dalla delicatezza con cui l’artista ha performato i pezzi, mostrando una visibile commozione e gratitudine per aver visitato e suonato per la prima volta in Europa (quella di domenica è stata la data conclusiva del tour europeo della band).

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Il setting, abbastanza minimale, con solo delle ghirlande di fiori disposte sui due microfoni presenti sulla scena, viene mantenuto inalterato nel cambio palco. Pochi istanti, si spengono le luci e inizia quello che è stato uno degli spettacoli musicali più intensi che io abbia mai visto live. E non per via di chissà quali scenografie pirotecniche o per lo sfoggio di elucubrati virtuosismi tecnici a livello esecutivo; quello che vedevo e sentivo arrivava potente al petto perché proveniva interamente da un modo autentico e raffinato di concepire la materia sonora in tutta la sua essenza quasi tangibile.

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Thurston Moore sale sul palco assieme alla sua schiera di musicisti: Deb Googe (dei My Bloody Valentine, ndr, al basso), Jon Leidecker (alle tastiere), Alex Ward (chitarra e clarinetto), Jem Doulton (batteria). Dal primo accordo è un susseguirsi sfrenato di pulsazioni inarrestabili punteggiate dal clangore di fraseggi chitarristici che si susseguono creando un prisma denso di riverberi e rifrazioni distorte.

Elevando il noise a metafisica del suono, gli strumenti dialogano tra loro trascinati dalla chitarra maestra di Thurston: baccanali rumoristici che si sciolgono in trance di fraseggi lisergici, propagandosi come flussi di psichedelie decostruite che seguono una loro narrazione già scandita eppure apparentemente imprevedibile. E sembra quasi di ascoltare jam session trascinate dalla  suggestione del momento. Eloquenti, a tal proposito, gli sguardi di Debbie e Alex catalizzati sulle dita di Moore per avere un’anticipazione della traiettoria da intraprendere. Ci riescono alla perfezione, coadiuvati da percussioni mai preponderanti, ma comunque sempre presenti. E lui, altissimo, con gli occhi spesso socchiusi mentre si morde le labbra e si lascia trasportare.

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Nella scaletta, viene ripercorsa la sua discografia prestando particolare attenzione alla sua produzione più recente da By the Fire (del 2020) fino al nuovo singolo “Hypnogram”. Presenti anche due cover: la prima è la velvettiana “Temptation Inside Your Heart” (eseguita in una resa molto suggestiva) e la seconda, nell’encore, con Jayan Bertrand che torna sul palco per cantare “All Apologies” dei Nirvana. Finale con “Locomotives” che, se chiudo gli occhi, ho ancora nelle orecchie.

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Due ore piene.

Ero ad un metro di distanza da una leggenda, felice per aver ascoltato Musica di ottima qualità che mi ha aperto due e mi ha riempito l’anima. Non solo me, ma chiunque. Tutti uniti da un inconfondibile senso di smarrimento che ci aveva lasciati senza parole per la sua potenza tecnica ed emotiva.

Incredibile.

 

In allegato la galleria di foto scattate da Daniele Maldarizzi

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